Vivere la civiltà del pesce rosso

Augusta Amolini
12 Luglio 2021

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Chi ha letto il libro “1984” di George Orwell può capire cosa abbiano in comune una grigliata fra amici e una dipendenza da social.

Mentre sulla graticola venivano abbrustolite salsicce e costate, Marco ha notato una ragazza che filmava tutti i
presenti. Non si è limitata a riprendere solo la carne ma, essendo una streamer, ha posizionato il suo smartphone e ha inquadrato se stessa mentre mangiava e chiacchierava, consentendo a un gruppetto di persone che la seguivano su Twitch (una piattaforma di streaming che pubblica video di proprietà di Amazon) di condividere virtualmente la scampagnata.

Vai a capirla quella gente rintanata in casa che si accontenta di guardare gli altri mentre si incontrano e vivono davvero. Mi cresce dentro uno sconcerto grande come il Lago di Garda, pensando a chi espone volontariamente la propria privacy a sguardi non propriamente sani di sconosciuti che pagano la loro presenza-assenza con like o attraverso le visualizzazioni.

La ricerca esasperata di gratificazione sta trasformando i cittadini del villaggio globale in dipendenti da internet e, senza rendersene conto, si stanno tutti orientando verso la difficoltà di prestare attenzione alla realtà, come spiegato nel libro: “La civiltà del pesce rosso”.

Secondo l’autore Bruno Patino, un giornalista francese che di comunicazione e di informatica ne capisce parecchio, i nostri telefonini sono un veicolo di dipendenza portatile, studiati in modo da indurre una consultazione continua. Lui stesso ammette di farlo più di 500 volte al giorno, una media nella quale moltissime persone pur non ammettendolo si possono riconoscere.

La ragione per cui giovani e anziani, ricchi o poveri, dissipano il loro tempo scorrendo la bacheca di Instagram o di Facebook, deriva dal bisogno di ricompensa innato e il prezzo per questo momentaneo sollievo viene pagato attraverso il loro interesse. a progressiva perdita del contatto umano compromette tutte le sfere delle relazioni, dal lavoro all’affettività, inesorabilmente intaccate dal controllo dei post.

Si parla già di “economia dell’attenzione”, facendo riferimento a quel bene ricavato attraverso la profilazione dei dati ottenuta mediante la consultazione dei siti, azione indispensabile alle aziende che si servono del Web, quella ragnatela invisibile di connessioni che avvolge tutta la terra. Nessuno pensa di esserne coinvolto poiché “noi giudichiamo noi stessi per le nostre intenzioni e gli altri per le loro azioni” tuttavia ci siamo tutti dentro. Quando il prodotto è gratis, quel prodotto siamo noi.

Al Femminile – Giornale di Brescia