Una mattinata qualunque al Centro Dialisi
M.M. Specializzanda in Nefrologia al Policlinico Sant’Orsola Malpighi di Bologna

È lunedì mattina, sono le 5 e la sveglia sta già suonando perché alle 5.30 passa l’ambulanza a recuperare Eleonora per la seduta di dialisi. Eleonora si alza, è già stanca perché prima della dialisi non si riposa mai bene e poi la sera precedente voleva rimanere ancora un pochino sveglia per finire il film con il suo piccolo (per modo di dire) Luca.

Alla guida una giovane ambulanziera, Katia, vispa e attiva. Nella fila di posti posteriore è già seduto Giuseppe, un anziano signore molto discreto, che distratto guarda fuori dal finestrino le colline che ancora dormono e si distrae con i rumori del veicolo. Il prossimo passeggero è Antonio: un professore di Storia in pensione che, con il giornale sotto il braccio, il panama in testa, spegne il sigaro appena prima di salire a bordo di quello scomodo mezzo. Dopo una mezz’oretta di viaggio in cui si alternano chiacchiere a momenti di silenzio, l’ambulanza giunge a destinazione.

Dalla guardiola principale, sempre invasa da persone che discutono animatamente già alle 7 del mattino, documenti sparsi, telefoni che squillano, la case manager individua subito il trio, lo raggiunge e, dopo averlo accolto con entusiasmo, gli comunica il numero della camera assegnata, che nella maggior parte dei casi è sempre la stessa, mentre alcuni giorni, chissà perché, cambia. Eleonora si dirige in camera 6 e all’ingresso trova Sara, l’infermiera di stanza: andare in dialisi fa schifo, iniziare il lunedì così presto e con la prospettiva di una giornata lunga e pesante, ma il sorriso e la compagnia di Sara durante le prossime 4 ore rende tutto meno grigio.

Dopo essersi accomodata sul letto, è il momento della venipuntura della fistola, una connessione tra un vaso venoso e uno arterioso del braccio dove vengono posizionati due aghi per prelevare e restituire il sangue depurato dentro la macchina di dialisi; per un emodializzato cronico come lei, non è un momento critico. Quello che più la preoccupa, infatti, solo le ipotensioni, il senso di nausea, che nonostante gli anni di trattamento, ogni tanto si ripresentano; per non parlare della stanchezza che segue la seduta, e che rende il pomeriggio ancora più infruttuoso della mattina…

Ecco, ci risiamo con i soliti pensieri, Sara l’ha capito, e infatti sta già iniziando a distrarla con discorsi che solo mamme di figli nel pieno dell’adolescenza possono fare. Proprio nel vivo del discorso entra il Direttore dell’Emodialisi, seguito dal consueto codazzo di medici, specializzandi e studenti, e cala il silenzio: è una persona austera, ma dotato di una profonda umanità, saluta i pazienti uno ad uno e si assicura della loro stabilità clinica e, con la stessa eleganza, esce dalla stanza e prosegue il giro visite.

A quel punto fa capolino Jessica, la dolce OSS che distribuisce la merenda, a cui viene commissionato il solito caffè amaro per Eleonora, un macchiato per Sara e “tu, cara, prenditi quello che preferisci, e due grissini. Grazie! Dunque, dicevamo…” e le chiacchiere riprendono animate. “Ma, a proposito, non abbiamo parlato della cosa più importante: come mai questo cambio camera?” A Sara si illuminano gli occhi, perché in quel letto dializzava un ragazzo che la notte prima è stato chiamato per il trapianto. Oh, il trapianto, che realtà stravolgente e assurda! Anche Eleonora è stata trapiantata, esattamente 21 anni fa, ne aveva ancora 25: era successo tutto in modo così repentino che non aveva nemmeno avuto modo di realizzare: la diagnosi, l’inizio della dialisi, quel migliaio di approfondimenti per l’inserimento in lista e, poco dopo, la chiamata nel pieno della notte.

“Chissà chi è il donatore, probabilmente una persona giovane, che ha appena perso la vita, e che ha deciso di fare questo atto di estrema generosità… non so se me lo merito, o meglio, forse non è questione di merito… Sì, lo accetto! E lo custodirò come il mio più prezioso gioiello!” E da lì a poche ore, l’ingresso in sala operatoria per l’intervento, i controlli serrati nei mesi successivi e le complicanze, più o meno banali. Ma non è finita qui: “se avessi continuato la dialisi, probabilmente non ci sarebbe mai stata la persona più importante della mia vita: Luca. È stata una sfida impegnativa, ma la mia famiglia della nefrologia non mi ha trascurata in nulla, sia negli aspetti clinici che in quelli emotivi. Poi ad un certo punto, tre anni fa, è arrivato il momento di riprendere a dializzare: la creatinina stava crescendo da mesi ed era necessario riprendere quell’incubo. Per il primo anno a ritmo bisettimanale, ma poi il passaggio a ritmo trisettimanale è stato devastante”.

“Ma non sarà per forza sempre così!” la incoraggia Sara, ricordandole che lei è di nuovo in lista per il trapianto e che, per quanto la seconda volta sia meno facile della prima, non è impossibile, bisogna solo aver pazienza… Proprio la stessa che Giuseppe, di 87 anni, che dal letto a fianco, continua a portare, nonostante non gli sia ben chiaro come mai debba venire proprio tre volte alla settimana a fare dialisi, o come mai gli continuino a cambiare il turno, ma poco importa! È sicuro che qui qualcuno lo seguirà e gli darà le giuste attenzioni, che a casa non riceve.

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