René Magritte e l’identità nello sguardo

Irene Soncin
19 Maggio 2021

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“Non vediamo le cose per come sono ma per come siamo”. Così si legge nel Talmud, antico testo sacro dell’Ebraismo. Il tema dello sguardo come elemento centrale del risveglio dell’anima è comune ai saperi e alle filosofie di ogni latitudine sin dall’antichità.

È lo sguardo che noi posiamo su ciò che ci circonda e su ciò che ci accade a cambiare la nostra vita. Cambiando la prospettiva da cui guardiamo gli eventi che ci accadono, cambia l’esito degli eventi stessi perché cambiano le risorse che mettiamo in atto; cambiano le nostre emozioni e quindi i nostri pensieri, che daranno luogo ad azioni diverse. René Magritte, pittore surrealista attivo tra gli anni Venti e gli anni Sessanta del Novecento, ha dedicato il proprio talento e produzione artistica proprio a dimostrare che: “Tutto avviene nel nostro universo mentale, l’insieme delle nostre esperienze è  compreso nel mentale…”, per scriverla con parole sue.

È stato soprannominato il Disturbatore Silenzioso per la sua capacità di insinuare dubbi sul reale attraverso il reale stesso e due sono le caratteristiche biografiche di René Magritte importanti per leggere la sua opera: la sua nazionalità belga e la sua attività di grafico pubblicitario e di disegnatore di carta da parati. Egli infatti porta in sé la forte tradizione fiamminga per la rappresentazione fantastica dei sogni e degli incubi che aveva caratterizzato l’opera di Bosch, Bruegel ed Ensor. E da qui derivano gli oggetti e i brani di realtà assurdi, rappresentati con tonalità fredde, ambigue e antisentimentali tipiche del sogno; mentre la sua esperienza di grafico si traduce in uno stile da illustratore che acuisce ulteriormente il tratto preciso, freddo e impersonale: il suo stile è definito “illusionismo onirico”.

Il Surrealismo di Magritte ha come precedente culturale la pittura Metafisica di De Chirico che cercava di cogliere l’essenza intima delle cose al di là della loro apparenza visibile; ma laddove De Chirico cerca di portare alla luce l’enigma, il mistero insito nelle cose, il surrealismo di Magritte si concentra sull’interiorità dell’individuo, sul mistero con cui l’uomo guarda alle cose e alla realtà. L’intenzione del suo lavoro è quella di suscitare dubbi sulla nostra visione e interpretazione della realtà. Forse l’immagine che subito ci viene in mente nominando questo artista è uno dei suoi uomini borghesi con la bombetta nera; nel quadro intitolato “I Misteri dell’orizzonte”, del 1955, ce ne sono ben tre di uomini borghesi con la bombetta nera.

I Misteri dell’Orizzonte, 1955

A proposito di questo dipinto Magritte scrive: “Ogni uomo ha la sua luna. Quando pensa, pensa alla sua luna. Ognuno ha la sua luna eppure c’è una luna sola. Questo è un problema filosofico; […] è un paradosso prodigioso.” Il quadro, a livello percettivo, è costituito dalla vicinanza degli elementi che lo costituiscono e non dalla loro unità. Tre uomini in tre posizioni diverse, di spalle, di profilo e a tre quarti, ciascuno sovrastato dalla propria luna.

Se Magritte avesse dipinto lo stesso quadro con una sola luna, allora ogni uomo avrebbe avuto un suo punto di vista su quell’unica luna esistente; ma il paradosso che vuole affermare Magritte ribalta questa prospettiva e presenta la realtà di ciò che appare: esiste un’unica luna perché ciascuno di noi crea la propria luna attraverso la propria percezione e la propria rielaborazione mentale. E qui emerge il concetto di mentale che per l’artista ricopre l’intero campo dell’esperienza: Magritte nei suoi dipinti ci invita ad accogliere le cose per come appaiono e non per come riteniamo debbano essere.

Noi vediamo ciò che sappiamo

Nel dipinto “La firma in bianco” del 1965, Magritte crea volutamente un senso di ambiguità e conflitto andando a negare il completamento amodale dello sfondo interrotto dalla figura della donna a cavallo. La convenzione percettiva vorrebbe che due regioni di un’immagine, rese distinte da un oggetto che ne occlude la vista, si completino dietro all’oggetto occludente formando una singola superficie. Il sistema visivo è in grado di completare le figure occluse anche quando le forme occluse non sono familiari.

La Firma in Bianco, 1965

Magritte qui ci parla di quanto sia forte in noi la percezione dell’unità fenomenica: dimostra che, nonostante lo sfondo “sovrasti” la dama a cavallo in un punto dove ci aspetteremmo fosse lei a impedire la vista della vegetazione, è più forte nella nostra percezione il considerare l’unità delle figure della dama e del cavallo al punto da non perderne l’identificazione come soggetto unico. Nonostante insomma un’interruzione anomala delle superfici, noi continuiamo a vedere una dama a cavallo e non un pezzo di donna e un pezzo di cavallo separati.

Tutto questo ci dimostra quanto la nostra percezione sia determinata più da ciò che sappiamo e da ciò che abbiamo visto in passato che da come ci appare il mondo: è così che noi creiamo connessioni, uniamo puntini, completiamo figure nella nostra mente. Ma che cos’è la percezione?

Attraverso i sensi otteniamo informazioni sul reale che il nostro cervello elabora e abbina ad altre informazioni già in nostro possesso, creando così un’immagine di qualcosa nella nostra mente. La percezione quindi è un modello mentale che rappresenta un pezzetto della nostra realtà personale; per definizione la percezione di qualcosa è una parte della cosa osservata, non la sua totalità. La percezione inoltre prende forma anche sul modello di mondo che abbiamo costruito grazie alle nostre esperienze passate: proprio a partire da ciò che ha già vissuto in passato, in modo predittivo, il cervello fa delle ipotesi per agire sul presente.

Questo significa che per creare la realtà applichiamo filtri che hanno notevoli margini di errore perché si riferiscono a esperienze passate ed evitano di considerare ciò che sta accadendo in questo istante per quello che è: un’esperienza totalmente nuova e mai accaduta prima.

L’impero delle Luci, 1954

Così, di fronte a questo quadro di Magritte, noi prima vediamo una dama a cavallo e poi percepiamo quello che realmente è stato rappresentato e cogliamo l’anomalia dello sfondo; ma se noi vediamo quello che sappiamo e che abbiamo già vissuto, significa anche che noi possiamo guidare consapevolmente la nostra percezione della realtà. Possiamo infatti agire sugli elementi che influenzano le nostre percezioni e imparare ad osservarle da una prospettiva diversa. Uno degli indicatori principali di come stiamo percependo un’esperienza sono le emozioni. Un’emozione è una reazione mentale e corporea che scaturisce da cambiamenti chimici nel nostro corpo.

Noi siamo abituati a sottoporre le nostre emozioni allo stesso vaglio e agli stessi abbinamenti con cui gestiamo le informazioni sensoriali: applichiamo giudizi, valutazioni alle nostre emozioni e appena le sentiamo sorgere dentro di noi, andiamo a cercare l’esperienza passata che ci aveva fatto provare un’emozione simile per poi sovrapporle, mettendo così a tacere qualsiasi possibilità di scoperta. Guidare la nostra percezione della realtà richiede invece di accogliere interamente un’emozione, permettersi di sentirla, di viverla liberamente dentro di sé.

Quando si lascia accadere questo, si ha accesso al grande potere delle emozioni: la possibilità di liberare la nostra essenza, la nostra natura profonda che non persegue obiettivi ma si limita a essere ciò che è momento per momento. La possibilità di vivere pienamente la nostra identità, fatta delle nostre inclinazioni e di diventare la piena espressione di noi stessi.

La Poesia degli Opposti

Sotto un cielo trapunto di nuvole leggere, una casa si affaccia su un lago; la circondano alberi e un lampione la illumina. Se osserviamo il quadro partendo dal basso, ci affacciamo su una placida scena notturna: il laghetto con l’acqua appena increspata dalla brezza in cui si specchia il lampione; un grande albero e la vegetazione scura circondano la casa immobili, quasi a proteggerla. Nella grande casa, le persiane sono tutte chiuse fatta eccezione per due finestre a sinistra, illuminate dall’interno. Proseguendo verso l’alto, seguendo la chioma dell’albero, si vedono le foglie uscire dall’oscurità indistinta per acquisire una forma dettagliata e un colore verde scuro: proseguendo verso l’alto si va verso la luce; un cielo diurno, mattutino, cosparso di nuvole bianche ci fa quasi sentire l’aria frizzante e tersa di una giornata che inizia.

Ne “L’Impero delle Luci”- questa mostrata è la versione del 1954, conservata presso il Royal Museum of Fine Arts of Belgium, Magritte gioca con il principio di non contraddizione: se c’è una certezza incrollabile, indiscutibile è che il giorno e la notte non possano accadere contemporaneamente; eppure egli accosta i due momenti con un realismo fotografico che li evidenzia ancora di più e ci seduce in modo intrigante: Magritte smonta gli automatismi con cui guardiamo al mondo e ci rivela potenzialità nascoste. Egli sembra suggerirci che, neutralizzando le logiche del consueto, avremo una visione più completa. A proposito di quest’opera, Magritte ha scritto:” Trovo che questa contemporaneità di giorno e notte abbia la forza per sorprendere e per incantare. Chiamo questa forza Poesia”.

Questa immagine non rappresenta la nostra realtà esperienziale del mondo esterno, ma rappresenta qualcosa che il nostro inconscio conosce molto bene: noi siamo fatti di luci e ombre; parti di noi vengono esperite, vissute, trovano spazio dentro e fuori di noi mentre altre parti sono ancora in fase di incubazione, stanno prendendo forma oppure, come spesso accade, sono taciute, dimenticate, tenute nascoste perché giudicate inopportune e incomprensibili, non chiare.

Sta a noi liberare il nostro sguardo dal giudizio e trovare l’equilibrio del nostro essere completamente noi stessi, del nostro riuscire a vivere pienamente e in ogni momento la nostra identità, riuscendo a far coesistere le nostre luci e le nostre ombre in un’unica immagine dove, che sia giorno o che sia notte, regna la pace della completezza.