Racconti: Horror Vacui – Introduzione
Marco Cantarini

I

13 giugno 1980

“Beh, cari signori, vi ringrazio di aver perso”. Esclamò Salvatore, emettendo un ghigno di vittoria e lanciando le carte sul tavolo. Una scala reale. Gli altri tre compagni di gioco rimasero immobili a fissare quelle cinque carte. Pochi secondi ciascuno, prima che ognuno di loro se ne uscisse con un’esclamazione di sconfitta:
“E ti pareva…” – “Non è giusto!”- “Piove sempre sul bagnato”
Quando ognuno dei tre perdenti finì la propria battuta, Salvo, ritirando le fiches nella sua postazione, si accese il sigaro e se lo mise in bocca, stando ben attento a mantenere fisso e immobile il suo sorriso a trentadue denti. Proprietario di una (all’epoca) piccola ditta di costruzioni: la LUMEDIL, Salvo – o Salvatore – era solito passare i suoi venerdì sera con le persone a cui era più legato. Nonostante i suoi cinquant’anni, i capelli neri sempre più tendenti al grigio e qualche ruga, Salvatore Belzani dimostrava di essere un uomo che sapeva tenersi: fisico asciutto, abiti immancabilmente ingessati, accompagnati da una cravatta sempre abbinata e da scarpe di pregiata fattura. Era diventato un imprenditore, ormai. Nonostante la sua impresa sarebbe diventata un colosso solo nella seconda metà degli anni ’90, iniziava già a raccogliere i frutti di anni e anni di sacrifici. Eppure non aveva dimenticato le sue umili origini, come non aveva dimenticato i veri piaceri della vita. Una rimpatriata tra amici, due dei quali assunti come dipendenti della sua azienda: Riccardo Mensi e Paolo Zontari.
“Coraggio!! Pagare!!” aveva urlato ai tre malcapitati.
Questa volta il suo sorriso a trentadue denti si era trasformato in una fragorosa risata, interrotta solo dalle parole pronunciate da lui stesso. Erano in casa di Enrico Musco, anche lui amico d’infanzia degli altri tre. Nonostante quest’ultimo avesse preferito intraprendere la professione di meccanico, riusciva sempre a ritagliare del tempo per incontrare i suoi amici di vecchia data. Paolo, Enrico, Salvo e Riccardo. Il quartetto di Luzzane, come i quattro amavano farsi chiamare. Era bello pensare che il ceto sociale non avesse distrutto quella forte amicizia che li legava fin da piccoli. Ed eccoli lì, alla luce del lampadario che si rifletteva sui loro volti e sui quattro bicchierini di alcolici presenti sul tavolo. La partita di poker del venerdì sera era un pretesto: un pretesto per ritrovarsi, per ricordare i bei tempi o semplicemente per sfogarsi. In quelle serate vigeva solo una regola: ogni problema personale doveva essere lasciato fuori; si doveva concedere spazio solo ed esclusivamente all’allegria e allo svago. Non fraintendete: nei restanti sei giorni della settimana si poteva discutere, chiedere consigli, mettersi a piangere o anche fare a botte con gli altri. Ma il venerdì sera era sacro. Intoccabile. Se negli altri giorni della settimana ognuno di loro poteva vomitare addosso ai suoi amici tutti i problemi, certo del loro appoggio, il venerdì era d’obbligo lasciare tutto fuori dalla porta. E così fecero anche quella volta. O quasi.
“Devo dirvi una cosa ragazzi” disse Riccardo, alzandosi in piedi. Il sorriso di Salvatore era sparito dal suo volto. Dal tono con cui era stata pronunciata quella frase, tutti e tre capirono la serietà del discorso che Riccardo si accingeva a fare.
“Venerdì prossimo non ci sarò…” I tre astanti prima si guardarono l’un l’altro, poi, simultaneamente, rivolsero lo sguardo a Riccardo.
“E… e perché?” domandò Paolo.
“Riguarda mia sorella Sara… non se la sta passando troppo bene con mio cognato… e… e mi ha chiesto se posso ospitare mio nipote Vittorio a casa mia per qualche giorno…”
“Beh… ma… possiamo sempre venire a casa tua.” Chiese Paolo.
“Con un bambino di sette anni che gironzola per casa? No, non direi proprio.” Rispose prontamente Riccardo.
“Ora… io capisco che un bambino di sette anni non debba essere lasciato solo…” esordì Salvatore “ma l’idea di Paolo non mi sembra affatto male. Pensaci: potremmo unire l’utile al dilettevole” disse concludendo la frase.
“No: una partita di poker non è adatta a un bambino. Specie di quell’età: sono troppo influenzabili e poi… metti che lo racconti a mia sorella…”. Enrico si alzò dalla sedia, dirigendosi in cucina. Aveva in viso la classica espressione di colui che si è appena ricordato qualcosa di importante. Anche Salvo si alzò e, rivolgendosi con un cenno a Riccardo, disse:
“E la tv? Non hai la televisione in camera? Potrebbe stare di là a guardarla mentre noi giochiamo. Che ne pensi?”.
Riccardo mosse la testa a destra e a sinistra. “No: è un bambino troppo vivace, troppo curioso… non posso tenerlo in uno spazio così piccolo per tutta la serata”.
“Signori!! In alto i bicchieri!!” Dal buio della cucina iniziava a comparire la sagoma di Enrico, il quale, certo che la cosa si sarebbe risolta in un modo o nell’altro, avanzava verso il tavolo da gioco con, ben salda nella mano, una bottiglia la cui forma, particolare e ricercata, lasciava intendere l’importanza dell’alcolico che conteneva. Tutti e tre gli ospiti non poterono che commentare con grida di gioia, come se il discorso poc’anzi iniziato non fosse mai avvenuto. E fu così che i quattro amici, ormai spostati sulla terrazzina di legno, si godevano l’originale panorama fatto di verdi montagne e grigie fabbriche. Era quella Luzzane: un paese industriale incastrato tra i monti. Il cielo di un’estate ormai vicina. Il caldo, il rumore dei grilli.

II

La stessa sera, a circa dieci chilometri di distanza, Francesco Parani, trentenne di Luzzane, parcheggiò la sua Alfa rosso fuoco in località Monteombra: una località boschiva appena fuori il centro abitato di Luzzane. Le stelle brillavano quella sera. La luna illuminava ogni cosa. Scese dall’auto e si diresse immediatamente verso un grosso cespuglio posto dall’altro lato della strada.
“Sono la bestia venuta per mangiarti!” esclamò rivolto al cespuglio il quale, improvvisamente, venne scosso dall’interno.
“Ora afferrerò la tua gamba e ti trascinerò nella mia tana!!” continuò Parani inserendo il braccio all’interno del cespuglio, come per afferrare qualcosa. Si udì una risata in tutto il bosco. C’era qualcuno in quel cespuglio e, a dirla tutta, quella era una risata di donna.
“Mi arrendo, non mi mangi!!” disse una donna, uscendo da dietro il cespuglio e continuando a ridere.
“Non ti ha visto nessuno? Non ti ha seguito nessuno? Soprattutto i tuoi fratelli…”
La ragazza si rassettò il vestito. Era la classica bellezza del sud, venticinque anni, occhi e capelli neri, carnagione olivastra. Un sorriso le comparve sul viso.
“Tranquillo: non mi ha visto nessuno… e nessuno ci vedrà ora”.
I grilli frinivano. Una coperta marrone venne stesa sull’erba a pochi metri di distanza dalla scena. Una coperta che ospitò i corpi nudi dei due giovani, baciati dalla luce della luna che filtrava tra i rami.

III

La stessa sera, a circa sette chilometri dalla casa di Enrico Musco, il piccolo Vittorio non riusciva a prendere sonno. Non si girava e rigirava nel lettino sperando di addormentarsi. No: era immobile, occhi chiusi e con la coperta a lasciargli fuori solo il naso per consentigli di respirare. Perché? C’era qualcosa che non gli permetteva di dormire: il mostro sotto il suo letto. Un’infame creatura che si nascondeva da tempo immemore sotto il suo lettino e che, da un momento all’altro, ne era sicuro, gli avrebbe afferrato il piede per trascinarlo con sé nelle tenebre più nere. Il fatto che in tutti questi anni il povero mostro non avesse mai deciso di attaccare era totalmente irrilevante per la mente di Vittorio, o di qualsiasi altro bambino. “I mostri non esistono” gli aveva detto la mamma.
“I mostri esistono” gli aveva detto il papà “ma sono per strada. In casa non possono entrare. Finché te ne starai qui, buono buono, non devi temere nulla: sono chiusi fuori”. Ma anche il discorso del padre non l’aveva tranquillizzato. E ora, come ogni notte negli ultimi mesi, si trovava paralizzato sotto le coperte con fuori quel poco di faccia in grado di non farlo morire di asfissia.

IV

Riccardo, Vittorio e Francesco. Tre uomini (o sarebbe meglio dire “due uomini e mezzo”) il cui destino si sarebbe intrecciato in mille modi per giungere all’epilogo di questa storia. Tre uomini, tre attori lanciati sul palcoscenico senza conoscere la propria parte. Ma forse è proprio questa la vita. Non trovate?

Illustrazioni di Katuscia Viviani
Share via
Copy link
Powered by Social Snap