Pino Campanelli: l’arte e la musica di un’anima errante

Silvia Fusi
12 Luglio 2021

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La musica come medicina e compagna di vita, l’arte pittorica come esigenza di espressione e lavoro. Pino Campanelli è un artista visivo e musicale, che ha fatto della sua vita un’opera d’arte “errante”, senza fermarsi in un luogo soltanto, dedicando il suo talento alla libertà e alla solidarietà.

Pino Campanelli, pittore e musicista nato a Brescia nel 1946, ha raggiunto i 50 anni di attività artistica, un traguardo che verrà celebrato prossimamente con una mostra retrospettiva in progetto, sponsorizzata da Mediolanum. Un percorso straordinario, tra materia e colore, tra ispirazione di carattere sociale e di vita quotidiana. L’ho incontrato per conoscere meglio la sua storia e mi sono lasciata trasportare attraverso decenni di arte e viaggi.

“Ho iniziato a suonare da bambino, considero la musica come una medicina di cui non potrei fare a meno, è una passione che mi accompagna da sempre. Ma la pittura è stata la mia vocazione principale, è il mio lavoro.” Così Pino racconta le sue più grandi passioni.

Dopo aver momentaneamente lasciato gli studi durante la gioventù, Pino Campanelli si riunisce all’arte frequentando e diplomandosi all’Accademia di Brera di Milano a partire dalla fine degli anni ‘60. Dopo l’Accademia, ha insegnato per circa 10 anni nelle scuole medie e superiori, ma ha capito presto che l’urgenza di dipingere ed esprimersi attraverso l’arte era troppo forte da poter mettere da parte.

“All’Accademia ho avuto la fortuna di avere figure come Domenico Polificato e Luigi Veronesi come insegnanti, e questo è stato uno stimolo importante per le mie opere future. Mentre insegnavo però mi trovavo in un periodo di stallo, non volevo più dipingere in maniera tradizionale, volevo distaccarmi dall’arte figurativa che avevo studiato, per trovare la mia strada personale. Agli inizi degli anni ‘80 ho lasciato tutto e sono partito per un viaggio in Oriente dove sono stato folgorato dai colori, dalla vita e dalle atmosfere che si respirano in
quei luoghi come l’India, il Tibet, il Nepal e in particolare l’Himalaya.”

Ha inizio così il percorso artistico di Pino Campanelli, dipinti e sculture nelle quali i materiali e i colori si mischiano e fungono da tela di partenza per creare nuove opere. Nelle sue opere utilizza diverse tecniche pittoriche su materiali di ogni genere, come sacchi e pietra, e si avvale in modo sapiente dei segreti della cromatologia.

L’astrattismo di Pino Campanelli è simbolismo, sociale ma non solo, per creare emozioni e stimoli tramite immagini.

L’altra vocazione di Pino Campanelli è la musica, una passione e un talento sviluppati fin da giovane, infatti nel 1967 vince il Festival Voci Nuove a Delémont. Con il suo gruppo, dal nome “Pino e Gli Erranti”, compone principalmente musiche e brani ispirati alla musica folk americana di Woody Guthrie e Bob Dylan. Questo è il 4° anno che Pino e gli Erranti sono invitati al Festival Internazionale Italian Bluegrass Meeting a Cremona.

L’epiteto di “errante” nasce dalla definizione che di lui ha dato un critico d’arte, un nome Campanelli ha voluto tenere, poiché rappresenta il suo percorso: da un viaggio è stata ispirata la sua arte, e da allora continua a girare, a muoversi nel mondo in cerca di ispirazione e libertà. L’arte infatti per Pino Campanelli deve essere libera. Il tema della libertà è fondamentale nelle sue opere, così come nelle canzoni: uno dei suoi brani più significativi è proprio “Liberi”.

“Penso che l’arte, specialmente l’arte astratta, sia libera da qualsiasi spiegazione o commissione. L’arte trasmette emozioni che possono essere diverse a seconda di chi la guarda. Non ho mai seguito le mode, non ho mai voluto legarmi a un mercante d’arte che potesse indirizzarmi in qualche modo. Sono riuscito ad andare avanti facendo sempre quello che mi sentivo e che volevo fare ed esprimere. E questo per me è importantissimo. Questo senso di libertà di espressione si ritrova molto anche nelle mie canzoni, specialmente le più recenti.”

La vita di Pino Campanelli si unisce con un filo invisibile dalle valli dell’Himalaya alla Rivoluzione di Cuba quando, nel 1993, ha inizio la collaborazione di Campanelli con Cuba. Un connubio che prende vita nella musica e nell’arte. Realizza un murales dedicato a Camillo Cienfuego di 44 m² a L’Avana e alcune opere
esposte al Museo della Rivoluzione. Successivamente, in Bolivia realizza un murales in omaggio a Che Guevaravara, ancora oggi una delle sue opere più note.

“Mi mandarono diverso materiale sulla Rivoluzione, ma anche sulla storia di Cuba precedente, che non conoscevo bene. È stato da subito bellissimo lavorare e collaborare con le persone di Cuba, perché lì dove in quegli anni ancora più di oggi non hanno nulla, hanno bisogno di cultura e novità, valorizzano l’arte. Durante uno dei miei soggiorni a Cuba, mi sono trovato a Baracoa, un luogo ancora più povero di L’Avana, così ho iniziato a collaborare con la biblioteca del paese con iniziative di solidarietà inviando materiale didattico e strumenti musicali alla scuola di Pittura e Musica.”

A Cuba prende una svolta anche la sua musica, Pino suona con musicisti cubani, da cui nasce il suo album “Dal Folk al Son”, l’unione di musica popolare cubana e le nostre ballate in italiano e dialetto bresciano. Sia nell’arte che nella musica, tematiche sociali, “folk”. Si lascia ispirare da ciò che accade e che vede, ma lo rappresenta a modo suo. Problemi reali e attuali anche nella musica. Dall’amore alla sofferenza, ai problemi nel mondo.

Una vita dedicata all’arte, ma anche e soprattutto alla solidarietà e all’impegno sociale. A inizio anno Campanelli ha realizzato un’opera dedicata al Covid, lo scorso mese una in pensiero ai bombardamenti in Palestina, e così per tutto il suo percorso artistico. Una vita di mostre in Gran Bretagna, Francia, Canada, Cuba. Alla domanda su cosa accadrà dopo l’esposizione retrospettiva in programma, posticipata per via del Covid, Pino Campanelli risponde: “Mi piacerebbe, dopo tutti questi anni, fermarmi nell’attività pittorica e andare avanti con la musica, che sicuramente mi accompagnerà per sempre. Ma chissà!”.