Non tutte maruzze le donne del mare
Augusta Amolini

Ho sempre creduto che le pescatrici esistessero solo in Giappone, mi riferisco alle “Ama”, le tradizionali pescatrici subacquee le quali, seguendo una pratica antica di quasi 2000 anni si immergono in apnea alle ricerca di prodotti del mare e di ostriche perlifere.

Per questo mi ha sorpreso la notizia che quattro donne di Lipari e Alicudi siano state insignite del titolo di Cavaliere al merito della Repubblica, con il quale si è inteso valorizzare il loro insolito mestiere di pescatrici. Esse, senza sottrarsi al loro ruolo di mogli, madri e casalinghe, hanno svolto un lavoro tipicamente maschile e modificato l’idea associata alle figure femminili del mare che l’immaginario collettivo continua a vestire con i panni di Maruzza.

La “Longa”, descritta da Giovanni Verga nei Malavoglia mentre attende Bastianazzo scrutando i marosi in tempesta, è la rappresentazione dell’attesa e della solitudine delle mogli dei pescatori. Anche sul lago costiero di Fondi ci sono altre pescatrici. Esse gettano le reti nella riserva naturale che si estende come una falce ricurva nella piana alle pendici dei Monti Aurunci, dove dal 1860 un diritto civico consente alla popolazione del circondario laziale di pescare per “il mantenimento del reddito famigliare”. Qui un piccolo gruppo di donne riunite in Cooperativa pescano il cefalo calamita. Un pesce di modesta qualità che la gente del posto oltre a friggerne le carni conserva con erbe aromatiche seguendo una tipica ricetta tradizionale.

È difficile immaginare mani femminili ruvide che rammendano le reti, questo è un lavoro faticoso che abitualmente vediamo compiere agli uomini. Anche le cappelle votive nelle zone di mare sono consacrate solo ai pescatori, mentre alle donne che li aspettano vengono dedicati rari monumenti e nomi, come è stato per Camogli, il paese ligure che contiene nell’etimologia del suo nome il ricordo amorevole di “casa delle mogli”.

La tradizione millenaria di donne in attesa viene contraddetta da casi sporadici di altre donne che sfidano l’acqua, senza paura della fatica e della forza impetuosa delle onde. Anche le pescatrici conoscono le dure leggi della natura e come gli uomini sono coscienti che “per mare non ci sono taverne” dove riposare o sentirsi al sicuro. Sono donne forti come il fasciame delle loro barche e, seppure costrette dalla vita ad affrontare il mare hanno accorciato la distanza dagli uomini, rendendosi pari e uguali.

Da Al Femminile – Giornale di Brescia

Share via
Copy link
Powered by Social Snap