L’autoritratto: lasciare tracce di sé nella ricerca della propria identità
Irene Soncin

“Dipingo autoritratti perché sono spesso sola, perché sono la persona che conosco meglio” (Frida Kahlo)

Lasciare una traccia pittorica di sé
Cuevas de los Manos, Argentina, 13.000 anni fa

Cuevas de los manos

Una caverna immersa nella valle del fiume Pinturas, a circa 100 km dalla strada principale nel mezzo della Patagonia. Profonda circa 24 metri, al suo interno il terreno è in salita quindi man mano ci si inoltra, più aumenta la superficie oggetto di incisioni rupestri poiché anche il soffitto è raggiungibile. Accanto a scene di caccia, con esseri umani e animali, che si ipotizza avessero intento propiziatorio, sono presenti immagini di
mani. Centinaia di impronte di mani sinistre, realizzate in negativo, a lasciare intendere che gli autori tenessero nella mano destra gli strumenti con cui spruzzavano gli inchiostri minerali. Mani di fattezze e dimensioni diverse: uomini, donne, bambini.

L’impronta mostra la presenza dell’essere in un dato spazio e tempo, un “Io ci sono!” che tradisce il desiderio di esserci per sempre, di essere riconosciuti tramite una forma percepibile e unica. Una sineddoche, un autoritratto di una parte per il tutto. Un desiderio antico quanto l’uomo. Appena l’Io si incarna nella storia, nasce la sua esigenza di immortalarsi nel tempo, di fare un fermo immagine del suo scorrere nella vita.

Una storia culturale

L’autoritratto pittorico, praticamente sconosciuto all’Arte Antica, inizia a diffondersi nel Medioevo, dapprima come una sorta di citazione: l’artista colloca il proprio autoritratto all’interno di componimenti pittorici più ampi, dove lui costituisce uno dei personaggi della scena. Il suo intento è di carattere sociale e professionale:
una sorta di firma figurativa della propria opera, in modo che anche le generazioni successive ne riconoscessero la paternità. Si tratta dell’autoritratto “ambientato” che diventerà molto frequente nell’arte italiana del Quattrocento e del Cinquecento.

Con il diffondersi del mezzo tecnico dello specchio, l’artista rinascimentale sarà infatti molto interessato a utilizzare il proprio ritratto come potente mezzo espressivo: risale a questo momento la presa di consapevolezza da parte dell’artista del proprio ruolo culturale che si traduce nella necessità di affermare la dignità intellettuale del proprio lavoro artistico. È quello che accade, per esempio, ne “La Scuola di Atene” di Raffaello (1509, Stanza della Segnatura, Palazzo Pontificio, Città del Vaticano):

 

Raffaello dipinge il proprio volto ai margini della composizione, ma grazie allo stacco netto rispetto all’impostazione narrativa degli altri personaggi e allo sguardo rivolto ad incrociare quello dello spettatore, si impone alla vista e comunica in modo coinvolgente il proprio pensiero: collocandosi tra i filosofi ateniesi, l’artista pone se stesso e l’arte che rappresenta, tra i dotti. Propone così di considerare la pittura – un’arte meccanica – di pari dignità della filosofia – un’arte liberale.

Il Cinquecento vede l’affermarsi dell’autoritratto autonomo, quale lo intendiamo noi oggi: l’artista è il protagonista della propria tela e ciò può accadere perché ormai è pienamente riconosciuto il suo ruolo intellettuale che deriva da un genio creativo. Gli artisti utilizzarono l’autoritratto autonomo con scopi diversi: per mostrare il proprio rango sociale, la propria fisionomia; lo utilizzarono anche come strumento per studiare gli effetti volumetrici e la ricerca della tridimensionalità, in un gioco di specchi che riuscisse a creare l’illusione della profondità.

E proprio grazie allo specchio, reale e rappresentato, nascono anche gli autoritratti delegati, di cui il più famoso esponente è il fiammingo Jan van Eyck e il dipinto più celebre è il “Ritratto dei coniugi Arnolfini” (1434), in cui l’artista dipinge il proprio volto nello specchio posto alle spalle degli sposi:

Jan van Eyck – Coniugi Arnolfini

Michelangelo arricchì l’autoritratto delegato di un valore allegorico, dipingendo il proprio volto nel Giudizio Universale della Cappella Sistina, nella pelle scuoiata di San Bartolomeo: a noi sta interpretare quello che all’epoca sarà stato un messaggio chiaramente decifrabile.

Anche quando utilizzato scientemente come uno degli espedienti pittorici a propria disposizione per comunicare un messaggio personale, l’autoritratto porta sempre con sé la questione del rapporto con la propria immagine: che si tratti di un dipinto, di una fotografia o di mostrarsi in un certo modo, si tratta di scegliere una determinata faccia con cui presentarci al mondo. Come ha spiegato Stefano Ferrari nel proprio libro, “Lo specchio dell’Io. Autoritratto e psicologia” (2002), si tratta di dare un’immagine, un volto alla nostra identità ma non è cosa facile: il nostro senso di identità non coincide con un’immagine ma deve essere espresso attraverso di essa.

E allora, l’immagine di noi stessi è in realtà un’immagine interna: il primo vero specchio in cui ci vediamo e ci riconosciamo è il volto materno; il vero specchio dell’Io che rende possibile la concreta rappresentazione della nostra identità è il volto dell’altro. Da un punto di vista tecnico l’autoritratto richiede una scissione, uno sdoppiamento tra l’Io Oggetto e l’Io Soggetto: per potersi rappresentare come oggetto e diventare l’immagine di un quadro, l’artista deve guardare alla propria immagine come se fosse l’immagine di un altro.

E così possiamo assistere a un’interpretazione giocosa e creativa dell’autoritratto, quella che esprime il bisogno dell’uomo di dare corpo e visibilità alle proprie maschere, quello che Freud identificava come il bisogno di “vivere una pluralità di vite”: come ci racconta Marcel Duchamps nel celebre autoritratto fotografico in cui si mostra travestito da proprio alter ego femminile, Rrose Sélavy:

 

Duchamps – Autoritratto

Oppure assistiamo a una scissione tra l’Io attivo che crea e l’Io passivo che soffre: l’artista attraverso l’autoritratto si libera del proprio dolore, lo espelle fuori di sé e lo materializza sulla tela.

Rembrandt – Autoritratto 63 anni

Così ci sono artisti che hanno fatto dell’autoritratto un modo per dialogare con se stessi, durante tutta la loro vita: Rembrandt dipinse quasi cento ritratti di se stesso, cogliendo la propria giovinezza baldanzosa ed energica fino alla grande intimità introspettiva acquisita nella maturità. Così, alla fine della sua vita, Rembrandt si guarda allo specchio e con un garbo intriso di saggezza e pacatezza accetta il proprio volto invecchiato: ben lontano dalle pennellate liscianti e morbide dei ritratti giovanili, le pennellate ora si fanno ruvide e grezze, con strati di colori spessi e pastosi che rendono in modo suggestivo la pelle rugosa di una persona anziana.

Con l’Espressionismo, che fece del colore e delle forme veicoli per la rappresentazione del proprio sguardo emotivo, l’autoritratto divenne un modo diretto per raffigurare le intense emozioni presenti nel processo creativo stesso. Van Gogh, il maestro che più di tutti seppe dipingere le emozioni dando loro una forma tangibile, che poteva essere un cielo stellato o un mazzo di girasoli ma sempre si trattava di corpi mossi dal vento emotivo, dipinse numerosi autoritratti in cui portò alla luce la propria vulnerabilità, il proprio sentirsi fuori posto ovunque, la consapevolezza che la propria arte che per lui era ciò che lo teneva in vita, non era considerata di alcun valore dal resto del mondo.

Van Gogh – Autoritratto con orecchio bendato

Secondo Cristina Nunez, fotografa spagnola, l’autoritratto, pittorico o fotografico, può avere un incredibile valore terapeutico: rende possibile l’espressione di emozioni difficili come la rabbia, il dolore, la disperazione che la nostra società non tollera e di cui ci vergogniamo, tenendole nascoste.

Come disse Frida Kahlo durante un’intervista,“Murare la propria sofferenza è rischiare di lasciarsi divorare da questa, dall’interno”. Proprio Frida utilizzò la pittura come una catartica liberazione di emozione, creando intorno ai cinquantacinque autoritratti una sorta di auto- terapia per affrontare gli eventi più difficili della sua vita.

Così nei suoi autoritratti faceva uscire allo scoperto quelle
emozioni che avrebbero potuto danneggiarla ancora di più delle sue malattie.

Frida Kahlo – Autoritratto
con collana di spine

Proprio da questa eredità artistica ed esistenziale, prende le mosse il lavoro terapeutico di Cristina Nunez: la fotografa ha messo a punto un metodo per l’esplorazione e lo sviluppo di sé, per acquisire una maggiore consapevolezza di come si è, come si è stati e di come si potrebbe essere, attraverso l’autoritratto fotografico.

Un autoscatto che si intreccia al proprio percorso personale, alle proprie risorse, alla propria storia di vita e di cui è stato riconosciuto l’alto impatto curativo: il suo workshop è stato proposto in penitenziari, reparti oncologici, scuole. Perché l’autoritratto è un dialogo profondo con se stessi, guidato dalla vulnerabilità dell’autore.

Cristina Nunez – Someone to Love
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