L’arte e il volto delle donne
Irene Soncin

Un uomo si affretta a cancellare con della vernice bianca un cartellone pubblicitario che ritrae il volto di una donna. È da poco passato il Ferragosto dell’anno 2021, siamo a Kabul e i talebani sono tornati al potere solo da poche ore.

Questa immagine rimanda con spietata attualità uno dei capisaldi che già avevano caratterizzato il regime islamico degli anni 1996-2001: cancellare l’esistenza delle donne, nasconderle in casa, renderle invisibili non solo imponendo il burqa, ma soprattutto negando loro la possibilità di accedere all’istruzione e di esercitare qualsiasi professione. Di uscire di casa se non accompagnate da un uomo.

Di ricevere assistenza sanitaria, per esempio durante il parto, perché vittime di un tragico nonsenso: non potevano essere visitate da medici uomini in un mondo dove non esistevano più medici donne perché le donne non potevano né studiare medicina né praticarla. E l’elenco sarebbe davvero lungo, fatto di ombre di un passato mai dimenticato, ombre che oggi incalzano minacciose e vicine…

Sempre poche ore dopo la presa della città, altre immagini compaiono su Twitter. Questa volta è la voce di un’artista, Shamsia Hassani, la prima street artist afghana, nonché professoressa di scultura alla Facoltà di Belle Arti di Kabul: la sua protagonista femminile, che incarna la donna afghana contemporanea, stringe tra le mani il vaso della speranza, con un soffione. Il vaso cade di fronte alla milizia talebana ma non si rompe: orrore, paura, disperazione non possono spegnere la speranza. Non si può imporre la rassegnazione.

Shamsia si è formata come artista nell’Afghanistan del post-regime islamico: è riuscita a laurearsi in un Paese dove, nonostante la nuova Costituzione del 2004 abbia riconosciuto alle donne alcuni diritti fondamentali tra i quali l’istruzione, l’analfabetizzazione femminile raggiungeva valori dell’87% mentre il 70-80% della popolazione femminile era costretto a contrarre matrimonio -combinato, ovviamente- prima dei 16 anni. Nel Dicembre 2010 ha “addirittura” avuto la possibilità di frequentare a Kabul un workshop sull’arte murale tenuto dall’artista inglese Chu. Unica partecipante a dar seguito a quanto appreso durante il corso, Shamsia ha scoperto nei graffiti un modo per esprimersi e per dialogare con i suoi conterranei, soprattutto con le donne, portando la sua arte nelle strade di Kabul.

In un video rilasciato per Project Creators dichiara:

”Dipingere sui muri è un modo per condividere le mie idee e per riportare le donne e i loro volti nella società. Qui in Afghanistan la maggior parte della gente non ha la possibilità di visitare musei e gallerie. L’arte è importante, soprattutto in alcuni Paesi come l’Afghanistan, perché le persone ne hanno bisogno. Le persone si stancano delle parole. L’arte offre un modo gentile e amichevole di affrontare qualsiasi problema.”

Shamsia iniziò a dipingere i primi graffiti sui muri devastati dalla guerra in un Afghanistan che compariva nelle classifiche più accreditate a livello internazionale come il posto peggiore al mondo dove nascere donna.

C’è voluto coraggio per mettersi a dipingere sui muri della città: Shamsia attirava l’attenzione di chi si sentiva in diritto e persino in dovere di ricordarle che il posto di una donna è in casa e che l’Islam non permette alle donne di fare arte. Lei stessa ha raccontato che quando iniziava un lavoro, captava subito l’atmosfera che si creava attorno a lei: poteva cercare di finirlo il più in fretta possibile oppure addirittura capiva che era meglio interrompere e andare via.

Quanta poesia e ispirazione sono sgorgati da questo passare all’azione: un’azione così rivoluzionaria nel suo silenzio da risultare assordante, così pacifica e piena di grazia come possono esserlo una mano che dipinge e i colori che prendono forma sui muri bombardati.

Nei suoi murales compare una donna che è sempre sola, indossa colorati vestiti tradizionali afghani e che viene ritratta in atteggiamenti ispirati, mentre insegna o suona strumenti musicali, canta, balla, osservando pensosa la città: “Voglio colorare i brutti ricordi della guerra”, ha raccontato Shamsia in un’intervista ad Art Radar, “e se coloro questi brutti ricordi, allora cancello la guerra dalla mente delle persone. Voglio rendere l’Afghanistan famoso per la sua arte, non per la sua guerra”.

La donna afghana proposta dall’artista rappresenta un nuovo volto per le donne afghane: il volto di una donna ricca di orgoglio, di passione, di capacità di portare cambiamenti positivi nella vita delle persone. Mostra tutto ciò che manca ad una società che cerca di negare l’esistenza sociale delle donne.

Shamsia ha presto attirato l’attenzione internazionale ed è stata invitata da prestigiosi musei e manifestazioni artistiche internazionali A causa di questa notorietà, il suo lavoro a Kabul è diventato sempre più pericoloso: i rischi di molestie durante l’esecuzione sempre più frequenti, i graffiti distrutti poco dopo che li aveva terminati. Così è nata la sua serie di lavori “Dreaming Graffiti”: l’artista fotografa i muri o le zone della città su cui vorrebbe dipingere e le stampa. E poi dipinge i suoi graffiti sulle stampe.

Nella sua serie di lavori “Birds of No-Nation” del 2016, si è ispirata a tutte quelle persone che dall’Afghanistan o dall’Iraq cercavano una nuova vita altrove, in Europa o negli USA, pensando di trovare in un altrove la terra promessa, la vita dei sogni. Che poi non trovano. Proprio come gli uccelli che sono sempre in viaggio e non hanno una fissa dimora, così gli Afghani non riescono a trovare un Paese che li faccia sentire a casa, proprio perché non si sentono bene nel Paese dove sono nati.

Con questi lavori, l’artista ha cercato di richiamare l’attenzione di tutte quelle persone acculturate, che si sono potute istruire e che hanno gli strumenti per poter cambiare qualcosa nel loro Paese ma che hanno deciso di lasciare l’Afghanistan. Shamsia ha scelto di rimanere, per proporre una nuova immagine dell’Afghanistan alle persone. “Perché se questa immagine cambia nelle nostre menti, può cambiare anche nella realtà”, ha spiegato.

Tutto questo accadeva prima che venisse ristabilito il regime islamico, quando le donne combattevano quotidianamente per abbattere restrizioni ed iniquità inaccettabili. Oggi quelle donne si sono chiuse in casa per la paura di essere prese e punite, hanno cancellato i loro profili social e hanno distrutto i loro cellulari per non essere rintracciate.

La storia di Shamsia e il destino di queste donne, che sembrano così lontane da noi, ci riguarda invece molto da vicino: ci insegna che non si possono mai dare per scontati i diritti acquisiti, che dobbiamo sempre rimanere vigili e vivere con impegno e responsabilità le nostre libertà, esercitare i nostri poteri per il bene comune per avere sempre un posto reale, in carne e ossa nella società. Per non diventare immagini che possono essere cancellate con un colpo di vernice.

Share via
Copy link
Powered by Social Snap