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Il cinema come strumento e linguaggio nel counselling

Lorena Adami
18 Ottobre 2021

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Esplorare i contenuti filmici è uno strumento utile a rintracciare la nostra personale narrazione, il nostro privato Copione di Vita.

Il nostro copione è la storia della nostra vita che abbiamo già scritto quando eravamo bambini, ne abbiamo già decise le parti essenziali della trama, ma non lo conosciamo consapevolmente. Lo mettiamo in scena di continuo senza sapere di farlo. Eric Berne, padre fondatore dell’Analisi Transazionale, definiva il copione come un piano di vita che si basa su una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata poi dagli avvenimenti successivi. A seconda delle narrazioni che ci piacciono e che ci commuovono possiamo capire molto di noi stessi e del nostro Copione di Vita.

Non siete curiosi di conoscere ciò che avete scritto nel vostro personale copione? I copioni delle favole o dei film scritti da altri possono aiutarvi nell’individuare il vostro. Nel momento in cui una storia viene pubblicata, o messa in scena, questa smette di essere del proprio autore e diventa di chi la legge, di chi assiste allo spettacolo. In poche parole diventa di chi la riceve. Nel riceverla e accoglierla la stiamo già modificando e la rendiamo nostra in qualche modo perché entra a far parte della nostra storia personale.

Mi occupo di narrazione da molto tempo, prima in campo cine-televisivo, ora in ambito analitico transazionale. Il mio metodo personale come counsellor è di attingere dalla mia grande passione ed esperienza cinematografica per prendere spunto da film, fiabe o altre narrazioni e metterle al servizio della persona in un momento di difficoltà o comunque in un approccio d’apprendimento e di crescita.

Il counsellor, in Analisi Transazionale, è un professionista che s’impegna ad aiutare l’individuo, in un accordo comune e per un obiettivo condiviso, a mettere in luce le risorse di cui già dispone, e di cui magari nemmeno sospetta l’esistenza, per rendere queste risorse interiori visibili e metterle in potenza per lo sviluppo personale nella vita quotidiana.

Da qualche tempo riscopro i grandi classici attraverso la lente d’ingrandimento dell’Analisi Transazionale. Ci sono molte fiabe famose, anche della Disney, che contengono tesori nascosti: Oceania e la voce interiore e il conosciuto-non-pensato, Coco e il tema della memoria implicita, Frozen e la prima strategia di sopravvivenza. Il linguaggio della narrazione per immagini e quindi il linguaggio simbolico mi appaiono evocativi di qualcosa che ci riguarda da vicino.

Le storie, le favole e i miti sono prima forma d’insegnamento, di trasferimento di conoscenza e tradizione tra le generazioni, fin dai popoli primitivi. L’essere umano si è raccontato fin dalla notte dei tempi tramite la fabula, il mito. Jung trova nel mito il trasferimento all’esterno di contenuti psichici dell’uomo che li ha creati. Trovo nei racconti preziose tracce di significato profondo che desidera emergere, come una voce lontana che fatica a raggiungerci.

 

Ognuno di noi è un affabulatore, un cantastorie, un metteur en scène, seppur non nel quotidiano o nel proprio mestiere, come lo è stato per me, ma lo è di certo nel momento in cui fa una narrazione personale, narra un’esperienza, si racconta a qualcun altro. Ognuno di noi è, per esempio, regista e sceneggiatore in quella produzione onirica infinita che si dipana nel tempo del sonno, il sogno. Il mio intento è di rintracciare quella verità che fluisce dai sogni e da altri racconti senza che la nostra mente cosciente riesca a processarla.

Per usare il linguaggio cinematografico: quando raccontiamo un’esperienza vissuta o una sognata, stiamo narrando quello che è in campo (l’immagine all’interno dello schermo, ciò che è in luce), ma il fuori campo è molto più ampio ed è lì che sta il nostro io regista, l’io sceneggiatore. Ciò che risiede nel fuori campo è tutto quello che non è inquadrato, che rimane in ombra, ciò che manca, ciò che non si riesce o non si vuole pronunciare e che spesso ha un significato ancor più indicativo dell’oggetto della narrazione stessa. Ognuno di noi è fatto di luce e di ombra, di campo e fuori campo. Per conoscerci è necessario illuminare il nostro fuori campo.