Decameron: fuga dal Covid del Grande Fratello Vip
Augusta Amolini
decameron

Un filo grottesco unisce i concorrenti del “Grande Fratello” con i giovani del “Decameron” che decisero di sfuggire la peste nera sulle colline di Firenze. Gli uni e gli altri, isolati in un luogo protetto, a turno raccontano storie. Autentiche, false o verosimili, chissà?

La televisione diventa il nuovo Boccaccio, attraverso forme di intrattenimento che molti ritengono trash, tramuta le “novelle” in laboratori di convivenza e scuole di sdolcinato sentimentalismo. Tutti gli elementi che confliggono vengono accostati. In quel pot-pourri si mescolano successo e povertà, abbandono, razzismo, stupro e anche un pizzico di vecchia aristocrazia. Frullati con lacrime e figli, relazioni inesistenti, orgoglio gay e patimento, diventano un pessimo vino servito in coppe di cristallo.

Un beverone condito da rivelazioni shock e “carrambate” di amici resuscitati dal passato e da finti amanti che si sbertucciano esponendosi alla gogna mediatica. Pullulano anche genitori e fratelli commossi fino al midollo che visitano i parenti come fossero prigionieri in un campo di concentramento.

Bisogna però convenire che i milioni di voti espressi a pagamento non possono essere liquidati come carta straccia. Gli ascolti la dicono lunga sull’attrazione che suscitano i fatti degli altri, osservati attraverso un buco della serratura spalancato come una voragine su reality spesso al limite del buongusto.

I “Vipponi” hanno l’insondabile capacità di farci immedesimare nel disagio che insorge nella forzata compatibilità. Essi esternano le caratteristiche antropologiche di ogni individuo. Che identificatosi in un gruppo si mette in competizione con chi sente diverso o non trovi delle affinità elettive. Personaggi che per rinverdire o ottenere celebrità immolano il loro privato in un dorato confessionale pubblico, raccontando particolari che si tacerebbero per pudore a un prete o con difficoltà a uno psicologo. Forse la motivazione di esporsi integralmente non è solo esibizionismo, piuttosto il pagamento in natura di quel “quarto d’ora di celebrità” a cui ambiscono tutti come sosteneva Andy Warhol.

Se gli antichi romani chiedevano “panem et circenses”, oggi otteniamo per la nostra fame di distrazione di massa lo strazio della privacy altrui. Abbiamo ancora il pollice recto oppure verso per determinare la vita o la morte mediatica di moderni gladiatori che combattono nel loro “The Truman Show”. Nel film, quando il protagonista esce di scena, il pubblico cambia canale e passa ad altro. Basta un clic perché tutto finisca, faremo la stessa cosa anche a noi!

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