Salute e Medicina

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I Padri della Naturopatia – Le interviste immaginarie: IPPOCRATE

Se, come ebbe a dire Nelson Mandela in un celebre adagio, “il passato è il tessuto dell’identità”, la strada maestra per conoscere la Naturopatia è abbeverarsi alla sorgente e riallacciare i fili che dal nostro presente (futuro?) si dipanano verso il nostro passato.

E, immaginando di viaggiare con la macchina del tempo, troppo ghiotta è l’occasione di intervistare uno dei precursori della Naturopatia, ovvero Ippocrate, famoso medico greco, nato sull’Isola di Kos nel 460 a.C, e figlio di cotanto padre, medico prima di lui, che si vantava di discendere direttamente da Asclepio (il Dio della Medicina). Ma saltiamo i convenevoli e veniamo al dunque.

Viaggiatore: Ippocrate, grazie per la Sua disponibilità. So che è molto impegnato. Subito una domanda. Lei è conosciuto per il suo famoso Giuramento, che disciplina per la prima volta la pratica medica, ma può compendiare i principi della sua visione?

Ippocrate: Per me, la salute è armonia dei quattro umori che compongono il nostro organismo e la malattia è la rottura di questo equilibrio. Attenzione però! L’organismo è unitario, la parte è il tutto e il tutto è la parte. Mente, corpo e emozioni sono intimamente collegati tra di loro e la malattia è unica nella sua essenza, per cui la patologia non va considerata come manifestazione locale ma interessante l’intero organismo. Posso autocitarmi? Ecco: è più importante sapere che tipo di persona abbia una malattia, che sapere che tipo di malattia abbia una persona.

Viaggiatore: Un orizzonte più vasto…

Ippocrate: Certo, lo ribadisco. Forse hai sentito già dire anche tu, a proposito dei medici valenti, che qualcuno va da loro perché ha male agli occhi, essi gli dicono che non si possono curare gli occhi da soli, ma bisogna curare contemporaneamente la testa, se si vuole che i primi ritornino a essere sani, e che il credere di poter curare la testa di per se stessa, senza tener presente il corpo nel suo insieme, è veramente insensato.

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Associazione Pranic Healing

Riequilibrare il sistema energetico del corpo per stare meglio, fisicamente, emotivamente e mentalmente. È questa l’azione principale del Pranic Healing, una pratica nata millenni fa, ma portata alla modernità da Master Choa Kok Sui. A Brescia dal 2003, e a Torino da 20 anni, l’Associazione Pranic Healing forma operatori e tratta persone grazie a questa disciplina.

L’Associazione Pranic Healing nasce esattamente 20 anni fa, nel 2000, a Torino, dove ancora oggi ha la sede principale. Già dagli anni successivi inizia ad espandersi nel centro-nord Italia. Dal 2003 è approdata a Brescia, dove oggi ha due sedi: in città e a Gavardo. Abbiamo incontrato Luca Pedrali, uno dei fondatori dell’Associazione, operatore dal 1999 e istruttore dal 2009. Insieme a lui, a iniziare questa avventura, Giuseppe Fratto, il Presidente dell’Associazione, e uno dei primi allievi di Master Choa Kok Sui. A proposito della disciplina, Luca Pedrali dice:

“il Pranic Healing è una pratica che si basa sullo studio delle energie sottili. Tutto nel mondo è energia, ma ogni energia ha vibrazioni e densità diverse. Noi tutti conosciamo fin da subito quella più densa e tangibile del tatto, ma ci sono tante energie invisibili all’occhio umano, che tuttavia compenetrano ogni elemento, compreso il nostro corpo.”

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Il Pranic Healing infatti si concentra sulle energie del corpo umano, inteso sia come corpo fisico, sia come corpo astrale, la cosiddetta aura. Il sistema energetico di una persona, che si rileva dall’aura, dai chackra, da nadi e meridiani, tutti termini specifici della tradizione orientale, può subire interferenze. Il lavoro del Pranic Healer è quello di effettuare una diagnosi energetica, attraverso l’uso delle mani che sentono l’energia, e scoprire se e dove sussistono disequilibri energetici. Per poi sistemarli, eliminando l’energia che causa il disturbo, oppure inserendo energia vitale nel corpo, dove ce ne è bisogno.

Un nuovo lockdown?

In un periodo di grande incertezza come quello in cui stiamo vivendo dall’inizio del 2020, le emozioni giocano un ruolo importantissimo, e quella che ci troviamo a sperimentare più spesso è sicuramente la paura.

Paura di infettarsi, paura di infettare, paura per i propri cari, paura di una crisi economica, e così via. La paura è un’emozione primaria, insieme a tristezza, gioia, disgusto e rabbia, è fondamentale per la nostra difesa e sopravvivenza.

Davanti ad un pericolo, il nostro corpo, grazie alla produzione dell’adrenalina attua dei cambiamenti fisici e mentali, che si esprimono attraverso l’attacco o la fuga. Dopo il primo lockdown il comportamento è modificato, da ligi osservanti delle regole sanitarie e sociali a ribelli verso i limiti residui di mascherine e distanze, soprattutto nei giovani che una volta ritornati alla “vita” hanno cercato di contrastare l’angoscia del limite. Attenzione, però, che la persona con una eccessiva risposta di paura inizia a focalizzarsi esclusivamente
su ciò che teme, rendendolo un problema senza soluzione o catastrofizzandolo.

Denatalità: l’urgenza di una svolta

Da qualche decennio siamo al capezzale di un ammalato di cui ancora non abbiamo compreso la portata e la gravità della patologia che lo sta consumando. La tendenza a sminuirne gli effetti a lungo termine, nasce dalla convinzione che questa malattia sia ritenuta acuta e reversibile, mentre sta portando il Paese ad un inesorabile declino.

In questi giorni l’Istat ha pubblicato un nuovo bollettino medico che segnala che nel 2019 i nuovi nati in Italia sono stati 420.170, con una diminuzione del 4,5%: oltre 19.000 bambini in meno rispetto al 2018. Questo è il settimo record negativo consecutivo e rappresenta un nuovo minimo negli oltre 150 anni di Unità Nazionale. Va ricordato che la crisi economica del 2008, affiancata da alcune trasformazioni strutturali della popolazione in età feconda ha impresso una significativa spinta negativa alla natalità. La recente comparsa del Covid-19 sembra destinata ad acuire questa rapida discesa avendo intensificato il disagio sociale e diffuso tra la popolazione in età fertile i sentimenti di ansia, depressione e anedonia, rendendo più difficoltose le esperienze vissute solitamente come gratificanti.

Come emerso da un recente studio eseguito al Policlinico di Abano Terme, oltre ai genitori, costretti a vivere un rapporto distanziato e distaccato, a farne le spese sono stati anche i bambini. A causa dello stress prenatale hanno segnato una riduzione di peso alla nascita, mentre si è assistito, da parte delle madri, ad una diminuzione della pratica dell’allattamento al seno. Va rilevato che fino ad ora nella ricerca delle cause della denatalità in ambito demografico, pur riconoscendo la complessità e la presenza di più fattori si è seguita semplicisticamente la “via esteriore”, quella di natura socio-economica, perché più evidente e di facile rilevazione, trascurando, invece, la “via interiore”, quella legata alla persona e ai fattori psico-esistenziali e culturali implicati, che hanno fatto sì che le culle vuote siano il risultato di un Paese impaurito, ripiegato su se stesso e incapace di pensare al futuro. Per cui, a fronte di un elevato desiderio di paternità e maternità non agito, si è pensato di risolvere la questione cercando di eliminare gli “ostacoli materiali” attivando politiche orientate ad incentivare gli aiuti economici, il lavoro e i servizi.

Dove sono state prontamente attivate queste misure, come in Francia e nei Paesi scandinavi, si sono ottenuti dei buoni risultati, anche perché la situazione era ancora gestibile e il quadro generale non particolarmente compromesso. Stessa sorte non è toccata a quei contesti, come qui da noi, ad eccezione della provincia di Bolzano, dove i tentativi messi in atto non hanno portato i risultati sperati. La conferma di questo si è avuta lo scorso anno. A seguito di una ricerca svolta dall’Istat in tutte le province d’Italia per comprendere gli effetti della crisi economica sulla natalità, si è potuto rilevare che, nel corso degli anni, dal 2008 in poi, non è emersa nessuna correlazione significativa tra la ricchezza, il lavoro, i servizi presenti nel territorio e l’aumento o la diminuzione della natalità. Questi dati ci aiutano a comprendere l’urgenza di rivedere, in modo ampio e generalizzato, le politiche fin qui adottate in materia demografica, poiché il loro approccio socio-economico non ha conseguito gli obiettivi auspicati.

È quindi necessario sostituire tale approccio con uno umanistico-esistenziale: l’unico in grado di agire in profondità e di aggredire il problema della denatalità fin dalle sue radici. Da qui l’esigenza di invertire la rotta e di porre al centro, senza tentennamenti, l’essere umano nella sua globalità, quella che è comunemente considerata la persona, il soggetto e non l’oggetto dell’esperienza. Si tratta di garantire il primato dell’essere sull’avere, che in ogni caso non va demonizzato, ma utilizzato con molto discernimento, per consentire all’individuo, oggi smarrito e alienato, di cominciare ad avvicinarsi sempre di più a se stesso in qualsiasi fase della vita. In questo modo si consente ad ogni essere di ridiventare protagonista della propria esistenza e capace di aprirsi dall’”io” al “noi”, avendo ben chiara davanti a sé la necessità di perseguire il bene comune, perché primario e inclusivo del bene individuale

Tutto questo trova la sua massima espressione proprio nella figura del bambino, il quale rappresenta ciò che di più elevato può essere concepito in questo mondo. In lui sono condensate tutte le possibili ricchezze umane, con le sue risorse e potenzialità, le sole che possono rendere luminoso il futuro dell’umanità. Naturalmente queste possibilità possono essere sviluppate solo se si comincia a considerare seriamente il valore essenziale del bambino, dei suoi genitori (veri ingegneri genetici), e della famiglia (cellula fondamentale sulla quale si regge la società), potenziando la funzione e il ruolo della madre e del padre e di conseguenza anche del figlio.

Musicoterapia

La musicoterapia è un trattamento di tipo educativo e riabilitativo attraverso l’uso della musica e/o di elementi musicali, come il suono, il ritmo, la melodia e l’armonia in un processo volto a facilitare e favorire la comunicazione, la relazione, l’apprendimento, la motricità, l’espressione e l’organizzazione al fine di soddisfare le necessità fisiche, emozionali, mentali, sociali e cognitive.

La musicoterapia mira a sviluppare le funzioni potenziali e/o residue dell’individuo affiché questi possa realizzare al meglio l’integrazione del proprio mondo interno ed esterno e di conseguenza migliorare la qualità della vita. La musica è mezzo e fonte di espressione, di condivisione, di sostegno e contenimento delle emozioni, dei pensieri che non sempre vengono espressi verbalmente. Ci possono essere, infatti, pazienti non in grado di raccontare i propri vissuti; gli incontri di musicoterapia favoriranno, così, l’apertura e la verbalizzazione attraverso il canto dei propri vissuti.

Ciao donna lo sai che…il tuo piacere è per piacere…

Quando ho iniziato questa rubrica su Instagram mi sono molto concentrata sui temi della maternità. Poi un giorno, per scherzo, la mia assistente mi fa rispolverare un tema a me caro, con cui avevo iniziato molti anni prima: la sessualità.

La risonanza è stata forte, quindi ho pensato “perché no?”

Così ho iniziato a parlare di piacere, perché siamo in un periodo storico in cui ci spaventa meno il dolore, ma del piacere troppo spesso non siamo abituati a parlare e quindi ci imbarazza. In primis, il piacere se lo introiettiamo nella sessualità, ci si imbatte in una serie di luoghi comuni che smontano tutto il bello che c’è (strano, visto le premesse di poco fa). Mi sono chiesta il perché tutto questo alone di paure, imbarazzo e informazioni sbagliate nel 2020 fossero ancora così legate a questo tema, che è alla base della procreazione ma anche della stessa persona.

La risposta non è univoca, ma un’idea alla base me la sono fatta e riguarda il fatto di sentirci vulnerabili. Perché la sessualità, non è semplicemente togliersi i vestiti in senso letterale, ma mettersi a nudo con noi stessi, abbandonarsi e trovare le nostre resistenze più profonde.

Se poi decidiamo di condividerle con qualcuno, il gioco si complica spesso un po’. Quello che bisognerebbe iniziare a fare è normalizzare il tutto, è una parte di noi come un’altra solo che ci hanno detto che è più complessa, alla fine sono tutte parti del nostro corpo piedi, mani, piccole labbra…