Salute e Medicina

Psicologia: The DAD Effect

La DAD (Didattica a Distanza) ha portato una serie di conseguenze nell’ambito piscologico che gli adolescenti e le loro famiglie hanno dovuto affrontare.

Circa un anno fa, i giovani avevano vissuto la DAD con interesse, come esperienza nuova, fuori dall’ordinario, usufruendo di alcuni vantaggi come il poter dormire un po’ di più al mattino e una diminuzione dell’impegno didattico. Con il passare del tempo, però, tale esperienza si è via via trasformata da novità a luogo fisico e psichico di malessere.

La didattica a distanza è molto diversa da una tradizionale in presenza. Ricordiamo che nel nostro cervello ci sono dei neuroni che sono fondamentali per l’evoluzione dell’individuo, come i neuroni specchio, che permettono di generare il senso di empatia, fondamentale per qualunque relazione e i neuroni gps, che intervengono nella fissazione e integrazione delle informazioni nella nostra identità, creando la memoria autobiografica. Nella DAD questi specifici neuroni non vengono attivati.

L’adolescenza è una fase complessa e delicata dello sviluppo evolutivo dell’individuo. In questo periodo, i giovani sperimentano e costruiscono il loro sé sociale attraverso le relazioni con i pari e un mondo adulto all’infuori della famiglia.

La DAD (Didattica a Distanza) ha portato una serie di conseguenze nell’ambito piscologico che gli adolescenti e le loro famiglie hanno dovuto affrontare.

Alimurgia o Fitoalimurgia: nutrirsi con la natura

“Alimurgia” è un vecchio termine che indica un’attività, tutt’ora svolta da poche persone delle nostre campagne abituate da sempre a trovare nella flora spontanea “qualche cosa da mangiare”, e riscoperta anche dalle nuove generazioni come “un modo nuovo per ritrovare un contatto vero con la natura”.

Dal latino alimenta urgentia cui si è aggiunto in seguito il prefisso “fito” dal greco phitos, questa parola significa “pianta”, per designare un’alimentazione a base di vegetali che fu coniata da G. Targioni Tozzetti nel 1767, e identifica tutto ciò che è commestibile della flora spontanea.

Le “piante alimurgiche” sono piante erbacee o alberi spontanei, da cui vengono raccolte parti come foglie, germogli, fiori e frutti da consumare come alimento, se raccolti a un appropriato stadio del ciclo vegetativo della pianta. La conoscenza delle erbe sia a scopo alimentare che a fini terapeutici è sempre stata fondamentale per l’uomo, tanto che le persone che ne avevano una conoscenza più approfondita (e spesso erano donne) raggiungevano posizioni di grande prestigio in seno alla società.

Fino al XIX secolo la conoscenza delle erbe usate a scopo alimentare e fitoterapico era estremamente diffusa tra le classi popolari, soprattutto in ambiente rurale. La rivoluzione industriale e la conseguente urbanizzazione hanno determinato il declino della civiltà rurale e con essa purtroppo anche la per dita di un sapere antico tramandato da madre in figlia.

Possiamo mangiare la natura che ci circonda

Quando passeggiamo per prati o boschi, in quasi tutte le stagioni dell’anno, possiamo sperimentarci nella raccolta della flora spontanea edibile (commestibile) che la natura ci mette a disposizione, creando con la natura un nostro speciale rapporto nel quale alcune erbe che solitamente definiamo “erbacce” infestanti, diventano fonte di nutrimento. Qualcosa di buono e nutriente che passa direttamente dalla terra alle nostre mani fino al piatto. Iniziamo così ad osservare l’ambiente circostante con occhi diversi a guardare piante e fiori, soffermandoci con attenzione nell’osservazione di una foglia o di una bacca per tentarne il riconoscimento.

I colori e sapori della primavera

E così camminando in questi primi giorni di sole nei prati possiamo, per esempio, vedere violette e primule. Siamo abituati ad osservare il bel colore dei loro fiori, ma possono darci molto di più. Le giovani foglie di primula sono utilizzabili per una misticanza fresca oppure cotte per una minestra. Mescolate ad altre erbe, possiamo utilizzarle per fare una frittata primaverile. Con foglie e fiori di primula seccati prepariamo una gradevole tisana calmante. Ancora, con i fiori gialli possiamo aromatizzare un aceto bianco.

La raccolta delle foglie di primule, come di tutte le altre piante, va effettuata con l’attenzione che abbiamo il dovere di dare a tutto ciò che la natura ci offre: raccogliamo solo poche foglie e fiori da ogni singola pianta, non strappiamola dal terreno, dandole così la possibilità di poter rinascere nella primavera seguente. Altra raccomandazione per la raccolta di qualsiasi pianta spontanea è quella di prestare attenzione che non ci siano nelle vicinanze strade o zone inquinate.

“Alimurgia” è un vecchio termine che indica un’attività, tutt’ora svolta da poche persone delle nostre campagne abituate da sempre a trovare nella flora spontanea “qualche cosa da mangiare”, e riscoperta anche dalle nuove generazioni come “un modo nuovo per ritrovare un contatto vero con la natura”.

Gocce di benessere: quando ci si avvicina alle essenze si scopre un mondo nuovo

Anni fa Romina incontra quasi per caso gli oli essenziali e diventa Amore a prima vista, tanto da iniziare a studiarli e formarsi attraverso corsi di aromaterapia per diventare consulente del benessere con l’utilizzo degli oli essenziali.

Questo la aiuta anche a scoprire suo malgrado che la maggior parte degli Oli in commercio sono adulterati e contengono sostanze di sintesi, anche altamente tossiche. Perciò decide di appoggiare totalmente la missione dell’azienda dõterra, ovvero quella di produrre, divulgare e condividere oli essenziali di qualità superiore, che siano più puri e più potenti di qualsiasi altro sul mercato.

Inizia a testarli su di sé e sulla sua famiglia rimanendo estasiata dalle incredibili potenzialità di questi oli essenziali e dalle innumerevoli applicazioni ed utilità che hanno nel quotidiano, capendo che “profumare la casa” è solo un meraviglioso effetto secondario. L’oe è natura potentissima che supporta in modo naturale il nostro sistema immunitario, lavorando in prevenzione.

Agisce sul sintomo fisico ma è anche in grado di andare a lavorare sulla causa del malessere. Comunica in modo straordinario con le nostre emozioni in quanto ogni olio essenziale produce un effetto sul sistema limbico e sulla coscienza.

Ci accompagna quindi in un viaggio emozionale incredibile, andando ad aprire serrature bloccate, risanando ferite e traumi, riportando equilibrio dove c’è caos, donando sollievo a mente e cuore. Questi oli essenziali ti riportano a te stesso, a ciò che sei, al tuo vero io. Modi di utilizzo: questi oli essenziali si possono utilizzare aromaticamente, topicamente e internamente.

IL COVID-19 non ferma l’allattamento al seno: la parola alle ostetriche Martina e Ilaria

Note le indicazioni riguardanti la promozione e il sostegno dell’allattamento fornite da OMS e UNICEF, è fondamentale trattare e argomentare nello specifico la gestione dell’allattamento al seno nelle madri Covid-19 positive.

Secondo gli ultimi studi, la rilevazione del virus nel latte materno, seppur presente, non giustifica un mancato allattamento, in quanto la trasmissione del virus è legata soprattutto al contatto ravvicinato con la madre, cioè il rischio è legato alle goccioline del respiro (droplet). Inoltre, i pochi casi d’infezione neonatale di Covid-19 hanno avuto una manifestazione clinica assente o paucisintomatica.

Si evince che i benefici dell’allattamento superano ampiamente i potenziali rischi, anche nei Paesi più sviluppati. È comunque raccomandato seguire le Linee Guida adottando le necessarie misure di controllo e prevenzione dell’infezione. L’OMS raccomanda anche il contatto pelle a pelle del neonato con la madre immediatamente dopo la nascita, per almeno un’ora, e incoraggia le madri a comprendere quando il neonato è pronto per poppare.

Se una madre risulta essere Covid-19 positiva deve:

  • utilizzare la mascherina quando allatta o entra in contatto ravvicinato con il bambino;
  • evitare di tossire e starnutire in prossimità del bambino;
  • lavare accuratamente le mani prima di toccare il bambino, o di spremere il latte.

La riflessologia facciale vietnamita: ti tocchi il viso e i dolori se ne vanno

Attraverso una sapiente conoscenza del corpo e del viso, e di come questi sono collegati fra loro, è possibile imparare da esperti la riflessologia facciale vietnamita. Il professor Felice Laconi è riflessologo facciale, ci spiega e insegna l’uso del Dien Chan®.

La multiriflessologia facciale vietnamita, o Dien Chan®, nasce nel 1980 quando il professore Bui Quoc Chau, allora agopuntore con i più bisognosi, trova un primo punto “vivente” nel viso di un paziente, in grado di lenire un dolore in un’altra parte del corpo. Dopo anni di viaggi, Bui Quoc Chau ha diffuso la sua idea, e oggi la riflessologia facciale viene studiata e praticata in più di 35 Paesi.

Secondo i concetti della riflessologia e della medicina tradizionale cinese tutti i disagi sono basati su una cattiva circolazione dell’energia e della forza interna. Se cerchiamo di prenderci cura soltanto dell’organo malato, non potremo mai curare completamente i dolori. La ripresa completa e vera di una persona può avvenire solamente nella sua totalità.

Questa tecnica si basa sul fatto che ogni parte del corpo è collegata con le altre, come avviene nella riflessologia plantare. Stimolando con massaggi e pressioni punti specifici del viso, si trasmette un segnale attraverso il sistema nervoso che provoca una reazione in un altro punto: Bui Quoc Chau ha realizzato che il naso ha una forma speculare al corpo, in particolare alla schiena. I punti focali del viso sono segnati sulle mappe dei riflessi verificate, e sono più di 600, anche se ne vengono utilizzati qualche decine per semplificare la tecnica in modo da poterla effettuare anche da soli.

Nella maggior parte dei casi inoltre è sufficiente stimolare da 2 a 5 punti per risolvere molti disturbi in una sola seduta. Può essere utilizzata come tecnica preventiva di base facendo un semplice trattamento quotidiano di pochi minuti. Come altre aree del corpo (piedi, mani, orecchie, ecc.) anche sul volto e la testa si possono trovare dei punti riflessi degli organi interni.

Il Dien Chan® permette a chiunque di prendere coscienza della propria salute e di intervenire ai primi sintomi di malattia, agendo sia come cura che come prevenzione.

Infiammazione cronica di basso grado: cosa sapere?

Negli ultimi anni la comunità medico-scientifica sta sempre di più considerando il ruolo dell’infiammazione come processo in grado di favorire l’insorgenza e/o il mantenimento di molteplici condizioni patologiche. In particolare, l’attenzione è puntata sulla cosiddetta “infiammazione cronica di basso grado” (o low grade inflammation in inglese) in quanto ha delle caratteristiche peculiari che andremo di seguito a riassumere.

Noi tutti conosciamo l’importanza dell’infiammazione acuta, la quale interviene ad esempio quando vi è da eliminare un’infezione o riparare una lesione. Il fatto di essere acuta, esprime un fenomeno di breve durata temporale e che serve per riportare l’organismo ad uno stato di salute e benessere.

Discorso ovviamente diverso quando entriamo nel campo dell’infiammazione cronica. In questo caso i livelli infiammatori non si autolimitano nel tempo ma rimangono persistentemente elevati a bassi livelli, rendendo il quadro dei sintomi poco evidente solitamente per diverso tempo. E quali sono le cause di questo? Sono sicuramente da ricercare nella nostra alimentazione e stili di vita. L’abitudine al consumo di zuccheri semplici, alimenti raffinati e prodotti industriali determina un sovraccarico a livello dell’apparato gastrointestinale che porta nel tempo a sollecitare oltre misura il sistema immunitario. Quest’ultimo a sua volta risponde producendo molecole ad azione infiammatoria in un circolo vizioso negativo.

Quindi il primo messaggio è sicuramente quello di seguire una dieta che preveda la varietà e la stagionalità, privilegiando alimenti freschi e vegetali (frutta e verdura), grassi buoni come gli acidi grassi essenziali omega-3 del pesce azzurro (azione antinfiammatoria) e l’apporto di fibre contenute in cereali integrali e semi oleosi. Accanto a questo, è sempre importante non trascurare l’aspetto del timing nutrizionale cioè di quando assumere i vari alimenti nell’ottica del rispetto dei ritmi giornalieri di produzione ormonale.

Parlando di ritmi ormonali, non si può non parlare di attività fisica e di come all’opposto la sedentarietà rappresenti un’altra causa di aumento dell’infiammazione cronica di basso grado. Non serve correre maratone ma bastano 30 minuti di attività fisica moderata al giorno per garantirci già uno stato di benessere su più fronti.

Caritas Baby Hospital: accoglienza e unione al di là del muro

Il telefono squilla. Un giorno come tanti negli affollati e caotici ospedali di Roma. Il messaggio che porta, però, reca una grande pace: è una foto, che arriva diretta da Betlemme, dal Caritas Baby Hospital. “Veronica, ti ricordi di Amal? Sta bene! È venuta per il controllo! Ti abbracciamo!”

Il tempo si ferma; tutto per un attimo passa in secondo piano. Solo il cuore comincia a battere, più forte, sempre più veloce. Come quando si sente profumo di casa. Come quando ci si sente accolti, nella semplicità di un amore autentico e gratuito. Che si sia sentito cosi il Bambin Gesù nella mangiatoia? Io credo proprio di sì.

Era l’agosto del 2012 quando ho messo piede per la prima volta in Caritas, casualmente, durante un pellegrinaggio, ancora matricola di Medicina. E lì è nato il desiderio di tornare, in quell’ospedale un po’ di frontiera, attaccato al muro di separazione tra Israele e Palestina: un ospedale che, vicino ad un simbolo di divisione, fa dell’accoglienza di tutti il suo punto di forza.

In Caritas non ci sono ebrei, arabi, palestinesi, israeliani: ci sono bambini e le loro famiglie, indipendentemente da tutto il resto. Non c’è giudizio né discriminazione. Il dialogo che si instaura fra le diverse figure presenti è libero da schemi e preconcetti, pronto a ricevere bellezze e criticità di ogni realtà che si presenta al cancello.

Camminare dall’ospedale lungo il muro fino al Checkpoint 300 (che separa Israele dai territori palestinesi) resta una delle esperienze più significative e terribili che io abbia fatto: in contrapposizione al clima di accoglienza che si respira in Caritas, le immagini, i disegni, i graffiti, le scritte di ogni colore che si rincorrono lungo il muro raccontano di una rabbia profonda, ma anche di una speranza che, seppur senza una forma ben definita, continua a esserci.

Il muro che separa Gerusalemme e Betlemme

Le immagini del muro fanno male perché dicono dell’inutilità, della banalità e dell’assurdità del tentativo di risolvere un problema semplicemente facendo finta che sia lontano, nascosto da cemento e filo spinato. Per noi sarebbe incomprensibile una situazione del genere; i palestinesi hanno imparato la difficile arte della resilienza, fronteggiando in questo modo l’insensatezza, ad esempio, di avere un riconoscimento digitale per andare a Gerusalemme, che si trova a meno di 8 km di distanza. Nella loro drammaticità mi rimangono nel cuore le immagini del muro o dei bambini che giocano a pochi metri di distanza dal filo spinato, nei campi profughi.

Le scritte che ho letto non fanno altro che ricordare al mondo una semplice verità: avranno pure costruito un muro, ma non basta né per far sentire al sicuro chi l’ha voluto, né per annientare chi l’ha subito. Dice un detto palestinese: “Quando c’è una meta, anche il deserto diventa strada”. E il Caritas è sicuramente una tappa fondamentale di questo lungo cammino.

Post parto e la non magia che spesso è

Questo è senza dubbio il punto centrale del mio lavoro e che mi ha dato tanto. Ho scelto di essere libera professionista perché in un corso di formazione al MIPA di Brescia, quello che avevo capito era il vuoto che c’era su questo tema.

Esistevano millemila corsi preparto, e poi?

Poi l’immaginario riportava ad avere solo gioie e felicità, se hai un figlio “devi” essere felice e se non lo sei, sei depressa. Anni e anni in cui le persone mi dicevano: oltre il nero e il bianco c’è il grigio. E qui invece? Eppure quello che mi riportavano le mamme erano soprattutto le lacrime, parte di quel “grigio” di cui parlavano tutti, e questo mi diceva che c’era qualcosa di più.

Ok, mi piacerebbe fare chiarezza e trovare confronti se ci fossero, ma quello che so è che avere
un figlio comporta una frase che si ripete molto spesso: “non pensavo fosse così”. Un amico una volta mi disse: “le delusioni sono figlie delle aspettative”. E questo non vale per il post parto, ma vale spesso per molte cose. Quando si ha un figlio voluto, non voluto, cercato molto, si tiene in conto che cambiano le cose, ma che le stravolga alle volte no. Poi, penso che non sia mai una questione di giudizio, quanto di accettazione.

Una mattinata qualunque al Centro Dialisi

È lunedì mattina, sono le 5 e la sveglia sta già suonando perché alle 5.30 passa l’ambulanza a recuperare Eleonora per la seduta di dialisi. Eleonora si alza, è già stanca perché prima della dialisi non si riposa mai bene e poi la sera precedente voleva rimanere ancora un pochino sveglia per finire il film con il suo piccolo (per modo di dire) Luca.

Alla guida una giovane ambulanziera, Katia, vispa e attiva. Nella fila di posti posteriore è già seduto Giuseppe, un anziano signore molto discreto, che distratto guarda fuori dal finestrino le colline che ancora dormono e si distrae con i rumori del veicolo. Il prossimo passeggero è Antonio: un professore di Storia in pensione che, con il giornale sotto il braccio, il panama in testa, spegne il sigaro appena prima di salire a bordo di quello scomodo mezzo. Dopo una mezz’oretta di viaggio in cui si alternano chiacchiere a momenti di silenzio, l’ambulanza giunge a destinazione.

Dalla guardiola principale, sempre invasa da persone che discutono animatamente già alle 7 del mattino, documenti sparsi, telefoni che squillano, la case manager individua subito il trio, lo raggiunge e, dopo averlo accolto con entusiasmo, gli comunica il numero della camera assegnata, che nella maggior parte dei casi è sempre la stessa, mentre alcuni giorni, chissà perché, cambia. Eleonora si dirige in camera 6 e all’ingresso trova Sara, l’infermiera di stanza: andare in dialisi fa schifo, iniziare il lunedì così presto e con la prospettiva di una giornata lunga e pesante, ma il sorriso e la compagnia di Sara durante le prossime 4 ore rende tutto meno grigio.

Dopo essersi accomodata sul letto, è il momento della venipuntura della fistola, una connessione tra un vaso venoso e uno arterioso del braccio dove vengono posizionati due aghi per prelevare e restituire il sangue depurato dentro la macchina di dialisi; per un emodializzato cronico come lei, non è un momento critico. Quello che più la preoccupa, infatti, solo le ipotensioni, il senso di nausea, che nonostante gli anni di trattamento, ogni tanto si ripresentano; per non parlare della stanchezza che segue la seduta, e che rende il pomeriggio ancora più infruttuoso della mattina…

Ciao donna lo sai che…la maternità è un tabù

Sì, esatto.
Quello che si pensa molto spesso essere un periodo magico e pieno di amore diffuso e profumo di neonato, spesso dà un’immagine totalmente lontana da ciò che realmente è.

Da una recente indagine interna, ho chiesto alle donne sui social cosa avrebbero consigliato alle donne in attesa. Le risposte sono state estremamente sincere e reali. La realtà è che si tratta un’esperienza meravigliosamente sconvolgente. Parliamo in particolar modo del primo figlio, quello per cui nei corsi preparto di coppia molto spesso si nutrono speranze del tipo che il bambino dorma ore filate nel suo lettino, non pianga praticamente mai e si trovi il tempo di farsi lunghe docce in cui tutto è sotto controllo.

Facciamo ordine…per quanto possibile…Un tempo vivevamo in piccole comunità o grandi famiglie e questo permetteva che quando nasceva un bambino le famiglie potevano contare su una rete di supporto in cui qualcuno di affine alla nostra visione genitoriale lo trovavamo.