Educazione e Scuola

Burnout, insegnanti e resilienza

La Sindrome di Burnout è un processo stressogeno, che interessa varie figure professionali, diverse fra loro, che hanno come finalità “l’aiuto verso l’altro”, nell’area socio-sanitaria e educativa. Secondo Maslach, lo stress può essere accumulato da un deterioramento dell’impegno nel confronto del lavoro e delle emozioni a questo associate unitamente a difficoltà di adattamento tra persona e lavoro a causa delle eccessive richieste di quest’ultimo (Maslach e Leiter 1997).

Oltre alle motivazioni individuali, influiscono a causare burnout anche i fattori socio-economici, la confusione fra i ruoli, le relazioni con i colleghi e il carico eccessivo di lavoro. Si sottolinea come la persona colpita da burnout possa incorrere in altri problemi di natura neurologica e psichiatrica. L’insegnante nello specifico “deve prendersi cura dei suoi allievi” quindi necessita di competenze affettive- relazionali oltre che didattiche per il processo evolutivo e formativo.

Questo implica un grande coinvolgimento emotivo personale per favorire la crescita e prevenire comportamenti inadeguati (bullismo) ed eludere problemi della sfera affettiva. La qualità dell’apprendimento e il rendimento scolastico sono molto collegati ad una “buona relazione” con il loro insegnante.

La Sindrome di Burnout è un processo stressogeno, che interessa varie figure professionali, diverse fra loro, che hanno come finalità “l’aiuto verso l’altro”, nell’area socio-sanitaria e educativa.

Il gioco e lo sport a scuola

“Il gioco è la medicina più grande” Lao tse
“La vita deve essere vissuta come gioco” Platone
“La maturità di una persona consiste nell’aver trovato di nuovo la serietà che aveva da bambino quando giocava” Friedrich Whilhelm Nietzsche
“Praticare uno sport non deve fondarsi sull’idea del successo, bensì sull’idea di dare il meglio di sé” Gabriella Dorio
“Per ogni individuo, lo sport è una possibile fonte di miglioramento” Pierre de Coubertine
“La pratica sportiva è un microcosmo della vita fatto di sacrifici, applicazione nel lavoro, rispetto delle regole, successi e delusioni. Ma è soprattutto un modo sano per intendere la vita, a prescindere dai risultati che ciascuno può ottenere.” Cesare Prandelli

La modalità attraverso la quale i bambini apprendono è il gioco. Molti ricercatori ed educatori affermano che il
gioco può contribuire ad arricchire l’apprendimento e a sviluppare competenze indispensabili per la vita di tutti i giorni. Contribuisce soprattutto nella scuola dell’infanzia e nella primaria allo sviluppo cognitivo, sociale motorio e linguistico dei bambini. Secondo Piaget (1959) l’attività ludica indirizza verso uno sviluppo completo dell’individuo poiché facilita la socializzazione. Ecco le tappe:

  1. giochi d’esercizio (0-2 anni), fase di intelligenza senso-motoria ed esplorazione sensoriale;
  2. giochi simbolici (2-7 anni), fase pre-operativa dello sviluppo cognitivo;
  3. giochi di regole (7-11 anni), fase di acquisizione cognitiva e operazioni concrete e formali;
  4. giochi di costruzione (11 anni in su), fase di passaggio dalla codifica alla regola, alla logica ed alla classificazione.

Il gioco nella didattica rende gli alunni attivi invece che passivi solo all’ascolto, come accade nella lezione frontale. I giochi impostati con le regole come nello sport aiutano a far rispettare i turni e a condividere esperienze oltre che a socializzare con gli altri e quindi ad instaurare relazioni.

Quando si parla di gioco, si pensa al momento vuoto e libero non dedicato alle cose importanti, invece è qui l’errore: il gioco non è vuoto, anzi “il gioco è vita”, è sperimentare e diventare grandi. Anche da adulti non bisognerebbe mai smettere di giocare, nel momento che si smette ci si spegne dentro. Quando un individuo gioca, che sia bambino o adulto, è al culmine della sua capacità cognitiva e creativa. Se si osserva un bambino durante la fase di un gioco libero, si denota che si concentra al massimo e sfida continuamente se stesso riconoscendo e provando a superare anche i propri limiti.

“Il gioco è la medicina più grande” Lao tse
“La vita deve essere vissuta come gioco” Platone
“La maturità di una persona consiste nell’aver trovato di nuovo la serietà che aveva da bambino quando giocava” Friedrich Whilhelm Nietzsche

La paura di sbagliare

“Nessuno può evitare di fare errori; la cosa più grande è imparare da essi.” Karl Popper

Siamo ormai nel terzo millennio e ancora la paura di sbagliare assilla i nostri figli e i nostri alunni. Abbiamo tutti l’immagine di quel quaderno o verifica con i segni rossi…quei segni ti piombavano addosso come un indizio di incapacità che causava alta frustrazione. Il docente dovrebbe essere capace d’insegnare la tolleranza all’errore e soprattutto far capire che è “un segnale della vera conoscenza”.

Consiglio anche ai genitori di smetterla di essere punitivi, rigidi e assillanti nei confronti degli errori fatti dai figli a scuola. Comprendere, capire e sostenerli nelle difficoltà dovrebbe essere il giusto approccio per formare individui capaci di affrontare la vita colma di errori-problemi. L’errore vissuto con “leggerezza” favorirebbe un comportamento più spontaneo e rilassato per attivare, senza ansie, paure, pressioni e conflitti familiari, le proprie potenzialità e i propri limiti.

Quando s’incontra “un errore” è fondamentale ragionare e riflettere per arrivare a rimodulare il pensiero con il ragionamento per trasformare l’errore in soluzione. Ampliando il proprio punto di vista in classe, sarebbe necessario creare un laboratorio filosofico. Per laboratorio filosofico intendo insegnare a formulare ipotesi, educare a fare ragionamenti di varie tipologie. All’inizio alcuni pensieri sembreranno astrusi, altri ironici, altri assurdi, altri geniali e altri veramente creativi.

L’errore, in questa prospettiva utilizzata in un gruppo classe, viene estrapolato, rielaborato, discusso e si attivano idee (meta-cognizione). Si sviluppa così la capacità di elaborare proposte per superare le difficoltà. Queste strategie poi saranno molto utili anche nella vita extrascolastica, nelle relazioni personali e pro-sociali. L’errore ha una sua storia, come un racconto a puntate. Nell’errore c’è la “non conoscenza diretta”. Per evitare l’errore bisogna sperimentare il più possibile.

Mi ricordo da bambina un’insegnante mi fece delle domande di scienze sulla fotosintesi. Io risposi molto bene perché avevo imparato a memoria la lezione, poi con una domanda specifica mi bloccai e andai nel panico. Questo esempio per sottolineare che lo studio mnemonico non vale molto. È necessario far vivere le lezioni con esperienze più dirette possibili. Se un alunno vive l’esperienza diretta, non la dimenticherà mai e non farà più lo stesso errore.

“Nessuno può evitare di fare errori; la cosa più grande è imparare da essi.” Karl Popper

Terry Pegoiani: come funziona la lezione senza compiti

Al giorno d’oggi ancora tanti insegnanti e genitori ritengono i compiti essenziali per l’istruzione dei bambini. Terry Pegoiani insegna utilizzando la strategia “No compiti”, dimostrando come basta lavorare bene e in modo efficace in classe per imparare, e portare serenità ai figli, non più oberati da ore di compiti a casa, e alle loro famiglie.

Terry Pegoiani, docente, giornalista e scrittrice, insieme a sempre più insegnanti, propone nelle scuole il sistema di insegnamento che comporta un lavoro in classe di auto/muto aiuto, diverso da quello a cui siamo sempre stati abituati, nel quale si impara insieme e ci si esercita nelle ore di lezione, lasciando così spazio allo svago, al riposo e al tempo di qualità con le famiglie una
volta a casa.

Quali strategie didattiche si usano per poter non dare compiti?

“L’idea di una scuola senza compiti non è ancora stata applicata e nessun metodo scientifico ha dimostrato neppure l’efficacia dei compiti a casa, pertanto non esistono linee guida generali per tutti. – Spiega Terry Pegoiani. L’obiettivo è uno solo: garantire il diritto al riposo e allo svago ai bambini, sancito anche dall’art. 24 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, che in tante scuole non è tutelato, perché passano i pomeriggi e le sere a studiare ed esercitarsi.

Ogni insegnante adotta le strategie che ritiene più efficaci e opportune, che si adattano meglio alle varie materie, e che possano far emergere i diversi talenti di ogni alunno.” Prosegue Terry: “Io in classe non parlo tanto, non faccio lezioni frontali: dopo aver fatto sedere tutti in cerchio o l’assemblea dei bambini (in DAD),
introduco la lezione del giorno, dopodiché lascio che siano gli studenti a lavorare. Le chiamo lezioni di ricerca-azione, laboratori attivi e non passivi.

Gli alunni studiano in classe, i primi che finiscono spiegano agli altri. Fanno gli esercizi di compito tutti insieme, e chi riesce meglio fa da tutor a chi impiega più tempo ad apprendere. Io sono maestra/coach, facilitatore che controlla e coordina il lavoro e corregge. Con questo sistema si capisce quali sono i bambini che hanno difficoltà su un argomento o in una materia, dando i compiti a casa non si può capire, anche perché spesso li eseguono i genitori.”

 

Quali sono le motivazioni della scelta didattica “no compiti”?

“Le motivazioni sono diverse, la scuola “no compiti” fa sì che l’insegnante, responsabile dell’istruzione e dell’educazione dei bambini in classe, non debba delegare il lavoro alle famiglie e a insegnanti privati, che non hanno le sue stesse competenze. I compiti si fanno in classe supportati dallo stesso docente. Su Facebook esiste il gruppo BASTA COMPITI, così come il sito web, dove si trovano tutte le proposte e le petizioni fatte per eliminare i compiti, con le 10 motivazioni per cui i compiti a casa sono più nocivi che efficaci.”

100 anni di Gianni Rodari, tra racconti per bambini e premi ufficiali

Il 2020 è stato un anno a dir poco negativo, nel quale è stato difficile trovare qualcosa da festeggiare. Ma il 2020 è stato anche l’anno che ha celebrato i 100 anni dalla nascita di Gianni Rodari, un’occasione per recuperare le sue storie, e tornare tutti insieme bambini.

Nato nel 1920 a Omegna sul Lago d’Orta, Gianni Rodari è stato insegnante, giornalista e scrittore di opere per bambini, e non solo. Quest’anno ricorre anche il 40° dalla sua morte, ma soprattutto il 100° anniversario dalla sua nascita, un evento che offre l’occasione per ricordare l’immensità delle innovazioni nella letteratura, nella grammatica e nell’educazione infantile, che hanno segnato intere generazioni, anche di adulti. Perché Gianni Rodari è stato così importante e perché ancora oggi lo vogliamo ricordare?

Sono diversi i contributi che Rodari ha portato alla scuola, una vera e propria rivoluzione del modo di vedere il mondo dell’educazione, con il bambino al centro, e l’importanza di creare un ambiente nel quale egli possa imparare divertendosi, o meglio, ridendo, possa far lavorare la fantasia e l’immaginazione, possa sbagliare senza pentirsene, scoprendo nell’errore nuove possibilità.

Tutto il suo immenso lavoro rivolto ai bambini ha l’intento di mostrare come la normalità di tutti i giorni possa diventare straordinaria. Per questo i personaggi dei suoi racconti sono bambini normali che vivono il proprio tempo, come Giovannino Perdigiorno o Cipollino. Allo stesso modo, insegna a stimolare la fantasia e l’immaginazione, due dei termini preferiti dall’autore.

Pet Therapy: istruzioni per l’uso

La Pet Therapy nacque “ufficialmente” in America nel 1953 quando lo psichiatra Boris Levinson coniò per la prima volta questo termine. Per un caso fortuito scoprì che la presenza del suo cane aiutava un bambino autistico che era suo paziente ad aprirsi ed entrare in relazione con lui.

Tuttavia, l’idea che il contatto con gli animali potesse essere terapeutico è un’intuizione più antica: di questo abbiamo molte testimonianze precedenti. Già nel 1792, per esempio, William Tuke suggeriva a pazienti affetti da disturbi mentali di occuparsi degli animali poiché riteneva che questo potesse giovare loro. Oggi più che di Pet Therapy si parla in modo più appropriato di Interventi Assistiti da Animali (Animal Assisted Intervention), una definizione che in realtà raggruppa tre tipologie di interventi:

  • la Terapia Assistita da Animali. Incontri con obiettivi terapeutici, prescritti da uno specialista, rivolti a persone con disturbi sia fisici, sia cognitivi o psichici. Questo intervento è progettato in modo specifico e individuale per ogni paziente;
  • l’educazione assistita da animali. Comprende interventi educativi che hanno lo scopo di sostenere e promuovere la crescita e il benessere degli utenti. Questi interventi possono essere individuali o rivolti a gruppi di persone;
  • le attività assistite da animali. Interventi con scopi ludici ricreativi che mirano a promuovere una corretta relazione uomo-animale e il benessere generale dei soggetti coinvolti.

Si può chiaramente dedurre quindi come i beneficiari di questi interventi possano essere tra i più vari: dai portatori di handicap, a chi soffre di disturbi psichici, ai bambini ospedalizzati, agli anziani delle case di riposo, agli alunni di una scuola, ai malati cronici…

Da parecchi anni, ormai, nel nostro Paese sono state stilate delle Linee Guida molto dettagliate, redatte di concerto dal Centro di Riferimento per le Scienze Comportamentali e la Salute Mentale dell’Istituto Superiore di Sanità, il Centro di referenza Nazionale per gli IAA e il Ministero della Salute. L’obiettivo è dare dei criteri generali – e al contempo molto specifici – per garantire la qualità dei progetti di Pet Therapy, tutelando il benessere sia degli animali sia delle persone coinvolte.

In tutti i progetti infatti (soprattutto per quello che concerne le terapie e le attività educative) è richiesta la presenza di un team multidisciplinare. A seconda della tipologia di intervento sono chiamati a lavorare insieme: medico veterinario esperto in IAA, coadiutore dell’animale (ossia colui che durante le sedute si occupa di gestire l’animale), medico, psicologo, psicoterapeuta, educatore, pedagogista e operatore sanitario.

Alexandra Yilmaz

Alexandra Yilmaz: la rivoluzione in digitale di 1to1Books

Il mio nome è Alexandra Yilmaz e vivo in Italia con i miei due figli e mio marito. Vengo dal Regno Unito e mio marito viene dalla Turchia. Da quando sono nati i miei figli ho cercato di trovare libri per sostenere il loro apprendimento. Poi un giorno ho deciso che sarebbe stato bello condividere il mio amore per la lettura e ho iniziato a vendere libri ad amici e familiari.

Ora è il mio lavoro a tempo pieno e mi piace.

La mia attività è 1to1Books e sono rappresentante per l’Italia per una società di librerie per bambini che forniscono libri inglesi e stranieri in Europa. All’inizio del nostro viaggio, avevamo 15 editori, ma ora abbiamo 65 editori in totale, è davvero incredibile come il numero sia cresciuto in così poco tempo. Mi piace molto la scelta e sono sempre alla ricerca di collaboratori per unirsi alla mia azienda in Italia per vendere e condividere l’amore per la lettura.

Ho deciso a febbraio di fare un viaggio molto veloce in Inghilterra perché volevo vedere la mia famiglia prima di una stagione primaverile molto intensa. Di solito in primavera sono molto occupata perché viaggio in Europa – Slovenia, Francia, Austria, Germania e Croazia… visitando molte scuole e fornendo libri a migliaia di bambini. Ma quando sono tornata in Italia il 22 febbraio 2020 tutto il nostro mondo non sarebbe più stato lo stesso.

Quando ci è stato detto che tutto sarebbe stato chiuso a causa del coronavirus, io, come molti altri freelance, sentivo molto paura per il futuro della mia attività. Per qualche settimana ero spaventata e indifesa. In realtà ho pensato, per una piccola parte della mia carriera, di rinunciare in quanto non riuscivo a vedere che sarebbe stato possibile continuare. Non riuscivo proprio a vedere come avrei potuto continuare il mio lavoro, visto che si svolgeva interamente di persona. Ho lavorato poco online e probabilmente intorno al 90% del mio lavoro era rivolto alle scuole e agli eventi; è stato così uno shock per me, mi trovavo in una posizione difficile come azienda con partita IVA.

Difficoltà, dolori e qualche vantaggio della Didattica a Distanza

Didattica a Distanza (DAD) e Homeschooling sono termini ormai entrati a far parte del vocabolario comune di scuole e famiglie. A causa dell’emergenza Covid-19, le scuole sono state improvvisamente chiuse a partire da febbraio 2020, lasciando così alunni, genitori e insegnanti a fare i conti con un metodo completamente nuovo di fare e seguire le lezioni.

Questa realtà ha colpito duramente tutti coloro che fanno parte del mondo scolastico, in particolar modo gli insegnanti, che hanno dovuto ripartire da zero senza poter vedere i propri alunni di persona, conversare con loro in maniera totale, costruendo del nuovo materiale digitale, e molto altro. Abbiamo chiesto a Samuela Zanelli, tutor e docente presso il Centro di Formazione Professionale SCAR di Roé Volciano di raccontarci come è stato per lei e i suoi colleghi dover affrontare questa situazione in quest’ultimo anno e ancora oggi.

“Innanzitutto, mi viene da fare una differenziazione tra il lockdown di marzo/aprile 2020 e la situazione attuale in cui siamo diventati molto più competenti. Nel primo lockdown è stato veramente difficile iniziare a fare didattica a distanza, specialmente perché nella mia scuola non eravamo attrezzati e nemmeno preparati a farlo. Abbiamo le Lim da qualche anno, e alcuni insegnanti le usano regolarmente con materiale già digitalizzato ma altri hanno dovuto costruire da zero tutto il materiale.”

“Imparare a usare le piattaforme è stata una delle parti più complesse, ne abbiamo cambiate tre e poi ci siamo affidati a Meet. Passavamo i pomeriggi ad aiutarci a capirne il funzionamento. Tutto ciò, unito alla preparazione delle lezioni e all’incertezza di sapere se questo lavoro sarebbe servito anche in futuro e per quanto tempo, hanno causato grande stanchezza mentale e fisica.”

Le cose sono però migliorate con il passare dei mesi. Una volta appreso il funzionamento di Meet, e delle altre piattaforme ideate specificatamente per l’Homeschooling e la Didattica a Distanza, il meccanismo ha preso il giusto ritmo.

“Io adesso non potrei più fare a meno di alcune funzionalità di questi strumenti, perché ho imparato ad usarli e ho compreso la loro utilità. Ad esempio, inizialmente usavo solamente le mail per mandare comunicazioni e ricevere compiti, ma con 160 alunni come nel mio caso, risultava molto impegnativo. Adesso usiamo G Suite, e trovo già tutto diviso in cartelle per ogni alunno, ho la visione totale di chi mi ha mandato i compiti e chi manca. Quando torneremo in presenza penso che continuerò ad utilizzarlo, perché supporta molto il lavoro.”

Crescere nel Bosco: l’importanza della natura fin da bambini

Era il 2005 quando Richard Louv, noto educatore americano, pubblicava il suo “Last child in the wood” (in italiano tradotto con “L’ultimo bambino dei boschi”), con lo scopo di informare e sensibilizzare il grande pubblico sugli effetti importanti che la mancanza di gioco in natura stava avendo sulle nuove generazioni.

Nel testo, Louv coniava una definizione che sarebbe poi diventata famosa: per la prima volta infatti si parlava di deficit da natura in relazione alla mancata connessione che i bambini di oggi possono sperimentare con il mondo naturale. I pericoli, reali o immaginari della vita contemporanea, la scarsa possibilità di vivere vicino a luoghi wild e la tendenza a considerare più “sicuri” i giochi tecnologici (o comunque svolti tra quattro mura) hanno allontanato i bambini dalla possibilità di passare del tempo destrutturato in natura.

Sempre di più ci si impegna a riempire le ore extra scolastiche con attività strutturate: sport, musica, studio di una lingua straniera vanno letteralmente a saturare le giornate anche dei più piccoli. Questo eccesso di tempo strutturato, che spesso diventa anche tempo in cui viene richiesta una performance, va a erodere quelle ore che vengono comunemente considerate tempo libero. Un tempo libero che pare avere quasi la connotazione di un qualcosa di superfluo, un tempo di serie B, di cui tutto sommato si può fare a meno. Questo tempo è pero essenziale
per l’infanzia: un tempo sacro che non solo non va considerato meno importante della formazione accademica ma che dovrebbe rivestire un ruolo di fondamentale rilievo nella crescita di ogni individuo.

   

Intelligenze multiple: come far emergere le forme di intelligenza in ogni bambino

L’intelligenza è un concetto univoco, calcolabile allo stesso modo in tutti gli individui? Lo psicologo e docente Howard Gardner ha ribaltato questa visione negli anni ’80 con la pubblicazione del suo libro Frames of Mind e la teorizzazione delle intelligenze multiple. La sua teoria sostiene che non esista una sola forma di intelligenza, ma diverse, presenti in maniera differente in ogni persona.

La Teoria delle Intelligenze Multiple ritiene che esistano 9 forme di intelligenza, alcune delle quali sono presenti in ognuno di noi fin dalla nascita, ma non allo stesso modo. In particolare, le ha suddivise in: intelligenza linguistica, intelligenza logico-matematica, intelligenza musicale, intelligenza visuo-spaziale, intelligenza corporeo-cinestetica, intelligenza interpersonale, intelligenza intrapersonale, intelligenza naturalistica, intelligenza esistenziale.

In ogni bambino prevalgono alcune tipologie di intelligenza, rispetto ad altre, o meglio, si manifesta un insieme di alcune intelligenze, che danno vita alle sue capacità e al suo talento. Questa teoria, a partire dalla sua esposizione da parte di Gardner nel 1983 ha spostato l’attenzione all’ambiente scolastico, riguardo le possibilità a partire dalla scuola di comprendere e valorizzare le intelligenze di ogni studente in modo che possa svilupparle al meglio, in modo individuale.

 

Oggi esistono metodologie attive specialmente all’estero, mentre in Italia ancora no, che vanno in questa direzione, lezioni volte a far partecipare le diverse forme di intelligenza. Attraverso alcune forme didattiche, i diversi bambini possono allenare le loro predisposizioni, comprenderle meglio e valorizzarle. Questo sistema può risultare molto utile durante l’infanzia, per favorire il futuro di tutti gli studenti, che una volta cresciuti, hanno maggiore consapevolezza sugli ambiti nei quali possono brillare maggiormente. Tuttavia non è semplice, e necessita di linee guida affinché l’insegnante possa riuscire a coniugare attività specifiche con il programma didattico ufficiale.

di Silvia Fusi