Arte e Cultura

Leggendo&Guardando: film e libri consigliati

Cosa farebbe Frida Kalo? Lezioni di vita da 50 donne coraggiose

Elizabeth Foley, Beth Coates

Dall’antichità fino al dopoguerra, una ricca carrellata di storie esemplari, tratte dalle biografie di cinquanta donne coraggiose. Questo libro contiene una miniera di consigli per affrontare le sfide che le donne devono affrontare, dalle più difficili ai problemi di tutti i giorni, e lo fa con ironia, determinazione e, perché no, una buona dose di sfrontatezza. Per comprendere che essere una donna, oggi come un tempo, può essere faticoso, per via degli stereotipi ancora molto presenti nella vita personale e professionale. Se nel mondo di oggi il
femminismo ha ancora parecchia strada da fare per raggiungere la parità, figuriamoci in quello di una volta. Chi allora meglio delle eroiche, spregiudicate e corsare figure femminili del passato può indicare la via giusta da seguire?

 

◊ EDITORE: Sonzogno
◊ ANNO: 2018
◊ GENERE: Narrativa moderna e contemporanea
◊ PAGINE: 223

 

Studio Ghibli e la rivoluzione nel mondo dell’animazione giapponese

Quando si parla di film d’animazione giapponesi, o di anime, non può non venire alla mente dei più appassionati lo Studio Ghibli. Uno studio cinematografico nato nel 1985, grazie alla geniale e fortunata unione dei due registi e animatori Hayao Miyazaki e Isao Takahata.

Entrambi i registi lavoravano in uno studio di produzione di soli cartoni e serie animati, e condividevano il sogno di realizzare un film più complesso e completo che, come si legge nel sito ufficiale dello Studio Ghibli:
“esplorasse la profondità della mente umana e illustrasse le gioie e i dolori della vita e delle emozioni.”

Ma da dove deriva il nome così curioso e dalle sonorità italiane? La pronuncia corretta è “jee-blee”, o “ji-bu-ri” in Giapponese. L’idea di dare questo nome allo studio fu di Miyazaki, grande appassionato di vecchi velivoli. Infatti, “Ghibli” era la denominazione data a un vento caldo del Sahara dai piloti italiani in Nord Africa durante la Seconda Guerra Mondiale. Secondo il regista, questo nome avrebbe fornito la suggestione di portare un vento caldo e nuovo nel mondo dell’animazione giapponese.

E così è stato. La novità nelle immagini e l’ampiezza dei contenuti, non solo visivi, ma soprattutto morali ed emotivi hanno reso grande lo Studio Ghibli fin dal primo film, uscito nel 1985 dal titolo Nausicaä della Valle del Vento, che ha incantato quasi un milione di spettatori.

L’autoritratto: lasciare tracce di sé nella ricerca della propria identità

“Dipingo autoritratti perché sono spesso sola, perché sono la persona che conosco meglio” (Frida Kahlo)

Lasciare una traccia pittorica di sé
Cuevas de los Manos, Argentina, 13.000 anni fa

Cuevas de los manos

Una caverna immersa nella valle del fiume Pinturas, a circa 100 km dalla strada principale nel mezzo della Patagonia. Profonda circa 24 metri, al suo interno il terreno è in salita quindi man mano ci si inoltra, più aumenta la superficie oggetto di incisioni rupestri poiché anche il soffitto è raggiungibile. Accanto a scene di caccia, con esseri umani e animali, che si ipotizza avessero intento propiziatorio, sono presenti immagini di
mani. Centinaia di impronte di mani sinistre, realizzate in negativo, a lasciare intendere che gli autori tenessero nella mano destra gli strumenti con cui spruzzavano gli inchiostri minerali. Mani di fattezze e dimensioni diverse: uomini, donne, bambini.

L’impronta mostra la presenza dell’essere in un dato spazio e tempo, un “Io ci sono!” che tradisce il desiderio di esserci per sempre, di essere riconosciuti tramite una forma percepibile e unica. Una sineddoche, un autoritratto di una parte per il tutto. Un desiderio antico quanto l’uomo. Appena l’Io si incarna nella storia, nasce la sua esigenza di immortalarsi nel tempo, di fare un fermo immagine del suo scorrere nella vita.

Una storia culturale

L’autoritratto pittorico, praticamente sconosciuto all’Arte Antica, inizia a diffondersi nel Medioevo, dapprima come una sorta di citazione: l’artista colloca il proprio autoritratto all’interno di componimenti pittorici più ampi, dove lui costituisce uno dei personaggi della scena. Il suo intento è di carattere sociale e professionale:
una sorta di firma figurativa della propria opera, in modo che anche le generazioni successive ne riconoscessero la paternità. Si tratta dell’autoritratto “ambientato” che diventerà molto frequente nell’arte italiana del Quattrocento e del Cinquecento.

Con il diffondersi del mezzo tecnico dello specchio, l’artista rinascimentale sarà infatti molto interessato a utilizzare il proprio ritratto come potente mezzo espressivo: risale a questo momento la presa di consapevolezza da parte dell’artista del proprio ruolo culturale che si traduce nella necessità di affermare la dignità intellettuale del proprio lavoro artistico. È quello che accade, per esempio, ne “La Scuola di Atene” di Raffaello (1509, Stanza della Segnatura, Palazzo Pontificio, Città del Vaticano):

 

Raffaello dipinge il proprio volto ai margini della composizione, ma grazie allo stacco netto rispetto all’impostazione narrativa degli altri personaggi e allo sguardo rivolto ad incrociare quello dello spettatore, si impone alla vista e comunica in modo coinvolgente il proprio pensiero: collocandosi tra i filosofi ateniesi, l’artista pone se stesso e l’arte che rappresenta, tra i dotti. Propone così di considerare la pittura – un’arte meccanica – di pari dignità della filosofia – un’arte liberale.

Il Cinquecento vede l’affermarsi dell’autoritratto autonomo, quale lo intendiamo noi oggi: l’artista è il protagonista della propria tela e ciò può accadere perché ormai è pienamente riconosciuto il suo ruolo intellettuale che deriva da un genio creativo. Gli artisti utilizzarono l’autoritratto autonomo con scopi diversi: per mostrare il proprio rango sociale, la propria fisionomia; lo utilizzarono anche come strumento per studiare gli effetti volumetrici e la ricerca della tridimensionalità, in un gioco di specchi che riuscisse a creare l’illusione della profondità.

E proprio grazie allo specchio, reale e rappresentato, nascono anche gli autoritratti delegati, di cui il più famoso esponente è il fiammingo Jan van Eyck e il dipinto più celebre è il “Ritratto dei coniugi Arnolfini” (1434), in cui l’artista dipinge il proprio volto nello specchio posto alle spalle degli sposi:

Jan van Eyck – Coniugi Arnolfini

The Crown: perché ci piace tanto la vita dei reali?

La serie tv realizzata e prodotta per la piattaforma Netflix ricrea, in maniera romanzata, le vicende della Regina Elisabetta II in Inghilterra a partire dalla sua ascesa al trono. The Crown non è un documentario, ma cerca di riprodurre la storia rimanendo fedele alla realtà e mostrandoci cosa c’è e c’è stato dietro all’immagine che conosciamo della Regina e dei suoi familiari.

Nel 2016 il colosso di streaming Netflix ha presentato la prima stagione di The Crown, scritta da Peter Morgan e prodotta da Left Bank Pictures e Sony Pictures Television. L’intento della serie è stato fin da subito quello di percorrere la storia e gli eventi della vita della Regina Elisabetta II e della famiglia reale inglese. A partire dall’incoronazione, al matrimonio con il Duca di Edimburgo Filippo, alle vicende politiche e sociali.

Un’evoluzione non solo nel personaggio della Regina, ma anche e soprattutto della visione e rappresentazione della monarchia con i cambiamenti storici e sociali. Si susseguono così personaggi di spicco della vita politica inglese, da Churchill a Margaret Tatcher, e della realtà di Buckingham Palace.

The Crown ha avuto fin dal suo esordio sulla piattaforma un enorme successo, sia di pubblico che di critica. Nel settore cinematografico sono state apprezzate molto le scelte del cast e le interpretazioni degli attori, specialmente delle due protagoniste che hanno rappresentato in maniera eccellente la Regina Elisabetta rispettivamente da giovanissima e una volta diventata adulta, ovvero Claire Foy e Olivia Colman.

Ma ciò che ha attratto maggiormente il pubblico è stata l’idea di vedere sul piccolo schermo i segreti e la vita dei reali esposti, seppur in maniera fittizia. Non si tratta infatti di un documentario, tanto più di un racconto storico, dettagliato e il più possibile preciso, ma che fa leva sui sentimenti e sulle emozioni di questi personaggi.

La storia e le origini degli Anime

Se vi dicessi la parola Anime voi cosa mi sapreste dire su di essi? Probabilmente poco nulla, tuttavia di sicuro ne avrete visto almeno uno in tutta la vostra vita.

Per esempio: Dragon Ball, Naruto, One Piece, Yu-gi oh e tanti altri. La gente comune li chiama “cartoni animati” ma non è del tutto corretto e alla gente del nostro calibro diciamo che non piace. È più giusto il termine “cartone animato giapponese”. Il termine Anime deriva dalla traslazione della parola inglese Animation, ossia appunto animazione. Questo termine è diventato inizialmente Animēshon, ma non si tratta dell’animazione come la intendiamo noi, mentre rappresenta tutte le tipologie di filmati animati presenti nei primi anni del ‘900 quando sono nati. In particolare, venivano divisi i manga eiga, cioè “cartoni animati” tratti da un manga, il fumetto giapponese; e dŌga eiga, quelli invece nati come film d’animazione.

La nascita degli Anime

Gli Anime, cioè i primi film d’animazione, nascono nei primi del Novecento in Giappone, arrivano dall’occidente. Inizialmente, gli Anime sono delle vignette disegnate su delle lavagne con dei gessetti e filmate. Dopo le prime sperimentazioni, troviamo i primi film d’animazione chiamati senga eiga o film a linee. La svolta si ha nel 1927, dove la tecnica è molto più accurata, grazie a Noburo Ofuji che utilizzò la carta semitrasparente, chiamata chiyogami, per disegnare i personaggi, rendendo, così, i movimenti dei protagonisti molto più fluidi e profondi, con un risultato più realistico.

Apartheid Museum: un Museo drammatico ed emotivo

Un viaggio in una parte di storia dell’umanità terribile e triste, l’Apartheid Museum di Johannesburg trascina il visitatore in un’esperienza incredibile, commovente e allo stesso tempo drammatica.

Era una mattinata di fine maggio di qualche anno fa, quando si poteva ancora viaggiare lontano, senza mascherine e le uniche limitazioni alla libertà di movimento erano le nostre disponibilità di tempo e di denaro. Sul taxi che si muoveva lento nel traffico, ero persa nei miei pensieri. Ci stavamo dirigendo verso il Museo più famoso della città e unico al mondo nel suo genere. Sul sito del Museo avevo letto che il suo scopo era quello di raccontare la tirannia della discriminazione sociale e la dura lotta per abbatterla attraverso un percorso museale drammatico ed emotivo. Drammatico ed emotivo. Riferito a un museo. Non a un film, a uno spettacolo teatrale. A un museo. Per un italiano, il Museo è il luogo dove si raccolgono e conservano dei beni pubblici che costituiscono il patrimonio culturale della comunità. La figura di maggior prestigio e responsabilità di un istituto museale si chiama Conservatore: da qui è facile intuire quale sia la missione principale del Museo in Italia. Mi affascinava moltissimo trovarmi di fronte a un’istituzione che sceglieva di raccontare un periodo storico cercando di drammatizzarlo ovvero di farlo rivivere al pubblico in modo che possa entrare in empatia e possa provare emozioni a riguardo.

I sette pilastri della Costituzione Sudafricana

Finalmente arrivai al massiccio e imponente edificio e dentro di me si interruppe il cicaleccio dei pensieri per lasciare posto al silenzio della consapevolezza della soglia che stavo varcando.

Attorno a me svettavano verso il cielo sculture solide e granitiche, i sette pilastri dell’attuale Costituzione Sudafricana ovvero i valori che sanciscono il vivere civile di questa giovane società. Camminare in mezzo alla versione gigante e massiccia di Democrazia, Uguaglianza, Riconciliazione, Diversità, Responsabilità, Rispetto e Libertà mi faceva percepire tutta la risolutezza con cui questi valori venivano ribaditi e considerati sovrastanti qualsiasi piccola realtà che stesse accadendo ai loro piedi, ovvero nel Paese, rappresentato dai visitatori che per

I visitatori si incolonnano negli ingressi dedicati

correvano con me il viale di ingresso.

Al momento dell’acquisto del biglietto, in modo assolutamente casuale, si veniva classificati come Bianchi o Non Bianchi. Da questo punto in poi, seguendo la fila della propria classificazione razziale, i visitatori seguono un percorso che simula la vita al tempo dell’Apartheid e che sarà molto diverso a seconda della razza di appartenenza; un percorso fatto di cancelli da oltrepassare esibendo documenti, di divieti e svolte obbligate, in una sorta di enorme gabbia di ferro che trasmette tutta l’impossibilità di evadere dal sistema in una pesante atmosfera di costrizione.

Man mano che seguivo la storia sudafricana dell’Apartheid, che era diventata la mia storia di visitatrice Non Bianca, riflettevo su come in situazioni emotive la nostra mente elabori stimoli e controlli le reazioni e su quanto sia importante il ruolo delle emozioni nelle nostre esperienze di vita e di lavoro. Le emozioni si trasformano nel movente alla base dei nostri comportamenti e fondano la nostra identità, determinando le scelte e il pensiero, influendo anche sulle conoscenze. Un Museo che si propone di raccontare delle atrocità per far sì che vengano conosciute e mai ripetute, deve far leva sulle emozioni che, con un incontrollabile effetto domino, genereranno pensieri, riflessioni e poi comportamenti.

The Promised Neverland

Questo Anime nasce da un manga pubblicato nel 2018, dallo stesso titolo. L’Anime, prodotto da CloverWorks e diretto da Mamoru Kanbe è andato in onda per la prima volta nel 2019, ed è attualmente in corso, per ora con una stagione composta da 12 episodi da circa 20-25 minuti ciascuno.

La trama, citando una parte di Wikipedia, inizia in questo modo:

“Emma, Norman e Ray sono tre orfani di 11 anni che vivono presso un orfanotrofio di campagna gestito da una figura materna. La loro vita scorre pacifica, tra gioco, riposo e test attitudinali giornalieri, i cui risultati vengono utilizzati per stilare una classifica dei bambini intellettualmente più dotati. Dall’orfanotrofio è impossibile vedere il mondo esterno dato che è circondato da un’enorme fortificazione a cui è vietato avvicinarsi. Un giorno una bambina dell’orfanotrofio di sei anni di nome Conny viene presa in adozione da una famiglia e si appresta a lasciare la struttura ma per errore si dimentica un pupazzo a cui era molto affezionata.”

Leggendo&Guardando: consigli su libri e film

Detersivi fatti in casa
Mary Ann Simpson

Sale, aceto, bicarbonato, limone ma anche birra, yogurt, latte… l’autrice ci spiega come utilizzare ingredienti naturali, ma anche scarti di frutta e verdura o avanzi di cibo che finirebbero in pattumiera, per preparare in casa detersivi e detergenti. Una valida alternativa ai prodotti per la pulizia che usiamo generalmente, pieni di tensioattivi, conservanti chimici e altre sostanze nocive per noi e per l’ambiente. In questo volume anche tante pagine da compilare per annotare le nostre preparazioni più creative.

◊ EDITORE: Demetra
◊ ANNO: 2019
◊ GENERE: Hobby e fai da te
◊ PAGINE: 128

 

Racconti: Horror Vacui – Introduzione

I

13 giugno 1980

“Beh, cari signori, vi ringrazio di aver perso”. Esclamò Salvatore, emettendo un ghigno di vittoria e lanciando le carte sul tavolo. Una scala reale. Gli altri tre compagni di gioco rimasero immobili a fissare quelle cinque carte. Pochi secondi ciascuno, prima che ognuno di loro se ne uscisse con un’esclamazione di sconfitta:
“E ti pareva…” – “Non è giusto!”- “Piove sempre sul bagnato”
Quando ognuno dei tre perdenti finì la propria battuta, Salvo, ritirando le fiches nella sua postazione, si accese il sigaro e se lo mise in bocca, stando ben attento a mantenere fisso e immobile il suo sorriso a trentadue denti. Proprietario di una (all’epoca) piccola ditta di costruzioni: la LUMEDIL, Salvo – o Salvatore – era solito passare i suoi venerdì sera con le persone a cui era più legato. Nonostante i suoi cinquant’anni, i capelli neri sempre più tendenti al grigio e qualche ruga, Salvatore Belzani dimostrava di essere un uomo che sapeva tenersi: fisico asciutto, abiti immancabilmente ingessati, accompagnati da una cravatta sempre abbinata e da scarpe di pregiata fattura. Era diventato un imprenditore, ormai. Nonostante la sua impresa sarebbe diventata un colosso solo nella seconda metà degli anni ’90, iniziava già a raccogliere i frutti di anni e anni di sacrifici. Eppure non aveva dimenticato le sue umili origini, come non aveva dimenticato i veri piaceri della vita. Una rimpatriata tra amici, due dei quali assunti come dipendenti della sua azienda: Riccardo Mensi e Paolo Zontari.
“Coraggio!! Pagare!!” aveva urlato ai tre malcapitati.
Questa volta il suo sorriso a trentadue denti si era trasformato in una fragorosa risata, interrotta solo dalle parole pronunciate da lui stesso. Erano in casa di Enrico Musco, anche lui amico d’infanzia degli altri tre. Nonostante quest’ultimo avesse preferito intraprendere la professione di meccanico, riusciva sempre a ritagliare del tempo per incontrare i suoi amici di vecchia data. Paolo, Enrico, Salvo e Riccardo. Il quartetto di Luzzane, come i quattro amavano farsi chiamare. Era bello pensare che il ceto sociale non avesse distrutto quella forte amicizia che li legava fin da piccoli. Ed eccoli lì, alla luce del lampadario che si rifletteva sui loro volti e sui quattro bicchierini di alcolici presenti sul tavolo. La partita di poker del venerdì sera era un pretesto: un pretesto per ritrovarsi, per ricordare i bei tempi o semplicemente per sfogarsi. In quelle serate vigeva solo una regola: ogni problema personale doveva essere lasciato fuori; si doveva concedere spazio solo ed esclusivamente all’allegria e allo svago. Non fraintendete: nei restanti sei giorni della settimana si poteva discutere, chiedere consigli, mettersi a piangere o anche fare a botte con gli altri. Ma il venerdì sera era sacro. Intoccabile. Se negli altri giorni della settimana ognuno di loro poteva vomitare addosso ai suoi amici tutti i problemi, certo del loro appoggio, il venerdì era d’obbligo lasciare tutto fuori dalla porta. E così fecero anche quella volta. O quasi.
“Devo dirvi una cosa ragazzi” disse Riccardo, alzandosi in piedi. Il sorriso di Salvatore era sparito dal suo volto. Dal tono con cui era stata pronunciata quella frase, tutti e tre capirono la serietà del discorso che Riccardo si accingeva a fare.
“Venerdì prossimo non ci sarò…” I tre astanti prima si guardarono l’un l’altro, poi, simultaneamente, rivolsero lo sguardo a Riccardo.
“E… e perché?” domandò Paolo.
“Riguarda mia sorella Sara… non se la sta passando troppo bene con mio cognato… e… e mi ha chiesto se posso ospitare mio nipote Vittorio a casa mia per qualche giorno…”
“Beh… ma… possiamo sempre venire a casa tua.” Chiese Paolo.
“Con un bambino di sette anni che gironzola per casa? No, non direi proprio.” Rispose prontamente Riccardo.
“Ora… io capisco che un bambino di sette anni non debba essere lasciato solo…” esordì Salvatore “ma l’idea di Paolo non mi sembra affatto male. Pensaci: potremmo unire l’utile al dilettevole” disse concludendo la frase.
“No: una partita di poker non è adatta a un bambino. Specie di quell’età: sono troppo influenzabili e poi… metti che lo racconti a mia sorella…”. Enrico si alzò dalla sedia, dirigendosi in cucina. Aveva in viso la classica espressione di colui che si è appena ricordato qualcosa di importante. Anche Salvo si alzò e, rivolgendosi con un cenno a Riccardo, disse:
“E la tv? Non hai la televisione in camera? Potrebbe stare di là a guardarla mentre noi giochiamo. Che ne pensi?”.
Riccardo mosse la testa a destra e a sinistra. “No: è un bambino troppo vivace, troppo curioso… non posso tenerlo in uno spazio così piccolo per tutta la serata”.
“Signori!! In alto i bicchieri!!” Dal buio della cucina iniziava a comparire la sagoma di Enrico, il quale, certo che la cosa si sarebbe risolta in un modo o nell’altro, avanzava verso il tavolo da gioco con, ben salda nella mano, una bottiglia la cui forma, particolare e ricercata, lasciava intendere l’importanza dell’alcolico che conteneva. Tutti e tre gli ospiti non poterono che commentare con grida di gioia, come se il discorso poc’anzi iniziato non fosse mai avvenuto. E fu così che i quattro amici, ormai spostati sulla terrazzina di legno, si godevano l’originale panorama fatto di verdi montagne e grigie fabbriche. Era quella Luzzane: un paese industriale incastrato tra i monti. Il cielo di un’estate ormai vicina. Il caldo, il rumore dei grilli.

Incancellabile Vittoria: installazione monumentale di Emilio Isgrò alla fermata “Stazione FS” della metropolitana di Brescia

In occasione del ritorno a Brescia della Vittoria Alata, una delle più importanti statue in bronzo di età romana, dopo gli interventi di restauro all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, l’artista Emilio Isgrò ha donato alla città di Brescia un’opera unica e insuperabile, capace di far dialogare l’antico con il moderno.

Nato nel 1937 a Barcellona Pozzo di Gotto, in Sicilia, Isgrò si inserisce nel panorama artistico- culturale nazionale e internazionale come figura poliedrica di artista e pittore concettuale, ma anche poeta, scrittore, drammaturgo e regista. Nel 1964 diventa l’autore indiscusso della cancellatura, un gesto “eversivo” che il Maestro definisce come forma di distruzione creativa, che lo porta a promuovere una acuta riflessione speculativa investendo due principali canali di comunicazione: la parola e l’immagine.

Inizialmente le sue opere confondono e destabilizzano. Articoli di giornali, libri, mappe, l’Enciclopedia Treccani, la Bibbia, la Costituzione Italiana vengono pazientemente cancellati con i tratti bianchi o neri che Isgrò stende con il pennello per occultare lettere e parole. Vuole cioè togliere quel “brusio di fondo” che limita o impedisce al fruitore la corretta comprensione dei testi. È eliminato il superfluo, al quale l’uomo è inconsciamente assuefatto, e il vuoto creato dalla cancellatura permette all’utente di riflettere sul valore estetico della parola che cerca di far emergere dal “silenzio visivo”.