Arte e Cultura

Lelouch: “Può sparare solo chi è pronto a ricevere il proiettile”

Nome: Lelouch
Cognome: Lamperouge
Universo: Code Geass
Età: 17
Frase: “Può sparare solo chi è pronto a ricevere il proiettile”
Storia: Lelouch è un giovane studente Britanno presso la scuola Ashford, inoltre ricopre il ruolo di vicepresidente del Consiglio di Istituto. Nonostante il suo aspetto fisico non sia uno dei migliori per fare sport, lui eccelle nell’usare la testa: nel corso delle puntate lo si può infatti vedere giocare a scacchi.

Lelouch fin da bambino ha sempre fatto parte di una casata nobile, tuttavia per circostanze misteriose il padre vuole uccidere i figli, la madre cercando di proteggere i bambini morirà. Lelouch ha un grande amico, suo coetaneo, un giovane giapponese di nome Suzaku Kururugi. Il loro incontro avviene prima che la Britannia conquistasse il Giappone.

Da questo momento infatti l’Impero di Britannia ha colonizzato le terre del Giappone tenendo il popolo in schiavitù. La loro amicizia è uno dei molti motivi per cui Lelouch ha sempre ripudiato la sua nazione.

Lelouch è un giovane studente Britanno presso la scuola Ashford, inoltre ricopre il ruolo di vicepresidente del Consiglio di Istituto. Nonostante il suo aspetto fisico non sia uno dei migliori per fare sport, lui eccelle nell’usare la testa: nel corso delle puntate lo si può infatti vedere giocare a scacchi.

The Bold Type

Immaginate la redazione di una rivista con sede in un grattacielo di New York, i classici uffici circondati da vetrate alternati a grandi open space, e quella costante eccitazione che si respira nei luoghi di lavoro dove tutti sono sempre impegnatissimi a fare qualcosa.

Aggiungete tre ragazze, ognuna delle quali con un ruolo all’interno della rivista Scarlet Magazine, dai caratteri diversi ma legate da un’amicizia incredibile, moderna, di quelle che non puoi fare a meno di invidiare. Accompagnate il tutto con un capo iconico e incredibilmente all’avanguardia e una rivista che parla di donne, in modo naturale, vero e reale, senza pretese, ma senza lasciarsi sfuggire storie che possano aiutare e dare voce a chi non può esprimerla.

Tutto questo è The Bold Type, serie tv statunitense nata nel 2017 creata da Sarah Watson, che si è conclusa nel 2021 con la quinta
stagione. Le prime due stagioni sono disponibili in Italia su Netflix e Amazon Prime Video. Si tratta di uno show di genere drama/comedy, caratterizzato da leggerezza e spontaneità, che sono tuttavia apparenti. Infatti in The Bold Type c’è molto di più. Non ancora molto conosciuta dal pubblico, sta pian piano trovando il suo spazio, nella speranza che diventi una serie tv simbolo di questo
periodo storico.

Una decina di anni fa Glee è stato una ventata di aria nuova e positiva, che ha ispirato e migliorato le vite di tantissimi giovani, grazie alla capacità di trattare di argomenti fino ad allora ancora poco rappresentati in tv come l’inclusività, la diversità, la parità di diritti.
Allo stesso modo sarebbe bene che The Bold Type diventasse un esempio importante per i ragazzi di oggi. I temi che questa serie tv tocca nel corso delle stagioni sono numerosi, e lo fa in un modo mai visto qui in Italia, e di cui c’è bisogno.

La parità dei diritti, la violenza e la paura delle donne, il consenso, la libertà sessuale, la cancel culture, gli stereotipi di genere, il politically correct, il razzismo sono solo alcuni degli argomenti trattati. Tra la varietà di temi, emerge il femminismo spiegato finalmente per quello che è: non un’isteria di donne frustrate e deluse dagli uomini, ma la consapevolezza di cosa si può ancora fare per eliminare problemi reali che le donne, ma anche gli uomini, devono affrontare ogni giorno, per colpa di una società e una cultura da millenni patriarcali e con ancora tante pecche.

Immaginate la redazione di una rivista con sede in un grattacielo di New York, i classici uffici circondati da vetrate alternati a grandi open space, e quella costante eccitazione che si respira nei luoghi di lavoro dove tutti sono sempre impegnatissimi a fare qualcosa.

Clauio e Diana: ambasciatori nel mondo della posteggia napoletana

Claudio De Bartolomeis e Diana Ronca, in arte Claudio e Diana, sono partner nella vita e nella musica, e oggi regalano emozioni dedicando serenate con la tradizionale posteggia napoletana.

Lei cantante, pianista e tastierista, lui chitarrista, percussionista e corista. Due vite legate dalla grande passione per la musica, ma che si sono incrociate molto prima, quando Diana era solo sedicenne. Entrambi di Salerno e legati alla loro tradizione musicale, hanno iniziato la loro collaborazione, che dura da quasi 35 anni, nel 1987, partecipando come musicisti e coristi al tour di Pupo. Dopo anni di piano bar con il duo Note Mediterranee in club esclusivi, la svolta di dedicarsi unicamente a un genere musicale e artistico poco conosciuto in Italia e nel mondo, ma che è invece molto importante per la nostra tradizione, ovvero la posteggia.

“La posteggia” ci spiega Diana, “deriva dal termine ‘posteggiare’. Durante l’evento siamo itineranti, perché la posteggia si fa senza amplificazioni, in modalità acustica. Ci muoviamo tra i tavoli e ci fermiamo, ‘posteggiamo’ per l’appunto, ad ogni tavolo dedicando un brano, una serenata.”

La decisione è stata principalmente motivata dalla volontà di tornare alle origini della musica, semplice, senza elettronica, solo con strumenti e voce.

“Una sera, durante un evento di piano bar, una persona ci chiese di dedicare il brano “Con mme” di Roberto Murolo e Mia Martini alla sua compagna, ma di farlo direttamente al suo tavolo. Noi ci siamo guardati pensando ‘Come facciamo con gli strumenti e il microfono?’ Cosi ci siamo avvicinati solamente con voce e chitarra, ed è stato un momento davvero emozionante, per noi e per chi ci ascoltava. Più avanti, fummo invitati al ‘78 compleanno di Roberto Murolo, che portiamo da sempre nel cuore. Si mise a cantare una serenata senza microfono, e tutti fecero così silenzio per poterlo ascoltare, che fu una magia. Lui stesso ci disse di diventare ambasciatori della posteggia napoletana, e quando oggi ci chiamano così per noi è un orgoglio, ci fa sentire legati a quell’artista meraviglioso”.

Claudio De Bartolomeis e Diana Ronca, in arte Claudio e Diana, sono partner nella vita e nella musica, e oggi regalano emozioni dedicando serenate con la tradizionale posteggia napoletana. 

L’arte e il volto delle donne

Un uomo si affretta a cancellare con della vernice bianca un cartellone pubblicitario che ritrae il volto di una donna. È da poco passato il Ferragosto dell’anno 2021, siamo a Kabul e i talebani sono tornati al potere solo da poche ore.

Questa immagine rimanda con spietata attualità uno dei capisaldi che già avevano caratterizzato il regime islamico degli anni 1996-2001: cancellare l’esistenza delle donne, nasconderle in casa, renderle invisibili non solo imponendo il burqa, ma soprattutto negando loro la possibilità di accedere all’istruzione e di esercitare qualsiasi professione. Di uscire di casa se non accompagnate da un uomo.

Di ricevere assistenza sanitaria, per esempio durante il parto, perché vittime di un tragico nonsenso: non potevano essere visitate da medici uomini in un mondo dove non esistevano più medici donne perché le donne non potevano né studiare medicina né praticarla. E l’elenco sarebbe davvero lungo, fatto di ombre di un passato mai dimenticato, ombre che oggi incalzano minacciose e vicine…

Sempre poche ore dopo la presa della città, altre immagini compaiono su Twitter. Questa volta è la voce di un’artista, Shamsia Hassani, la prima street artist afghana, nonché professoressa di scultura alla Facoltà di Belle Arti di Kabul: la sua protagonista femminile, che incarna la donna afghana contemporanea, stringe tra le mani il vaso della speranza, con un soffione. Il vaso cade di fronte alla milizia talebana ma non si rompe: orrore, paura, disperazione non possono spegnere la speranza. Non si può imporre la rassegnazione.

Shamsia si è formata come artista nell’Afghanistan del post-regime islamico: è riuscita a laurearsi in un Paese dove, nonostante la nuova Costituzione del 2004 abbia riconosciuto alle donne alcuni diritti fondamentali tra i quali l’istruzione, l’analfabetizzazione femminile raggiungeva valori dell’87% mentre il 70-80% della popolazione femminile era costretto a contrarre matrimonio -combinato, ovviamente- prima dei 16 anni. Nel Dicembre 2010 ha “addirittura” avuto la possibilità di frequentare a Kabul un workshop sull’arte murale tenuto dall’artista inglese Chu. Unica partecipante a dar seguito a quanto appreso durante il corso, Shamsia ha scoperto nei graffiti un modo per esprimersi e per dialogare con i suoi conterranei, soprattutto con le donne, portando la sua arte nelle strade di Kabul.

In un video rilasciato per Project Creators dichiara:

”Dipingere sui muri è un modo per condividere le mie idee e per riportare le donne e i loro volti nella società. Qui in Afghanistan la maggior parte della gente non ha la possibilità di visitare musei e gallerie. L’arte è importante, soprattutto in alcuni Paesi come l’Afghanistan, perché le persone ne hanno bisogno. Le persone si stancano delle parole. L’arte offre un modo gentile e amichevole di affrontare qualsiasi problema.”

Shamsia iniziò a dipingere i primi graffiti sui muri devastati dalla guerra in un Afghanistan che compariva nelle classifiche più accreditate a livello internazionale come il posto peggiore al mondo dove nascere donna.

C’è voluto coraggio per mettersi a dipingere sui muri della città: Shamsia attirava l’attenzione di chi si sentiva in diritto e persino in dovere di ricordarle che il posto di una donna è in casa e che l’Islam non permette alle donne di fare arte. Lei stessa ha raccontato che quando iniziava un lavoro, captava subito l’atmosfera che si creava attorno a lei: poteva cercare di finirlo il più in fretta possibile oppure addirittura capiva che era meglio interrompere e andare via.

Un uomo si affretta a cancellare con della vernice bianca un cartellone pubblicitario che ritrae il volto di una donna. È da poco passato il Ferragosto dell’anno 2021, siamo a Kabul e i talebani sono tornati al potere solo da poche ore.

Sakurada Reset: il futuro è già scritto, o si può cambiare?

Parliamo dell’Anime Sakurada Reset, prodotto da David Production, tratto da una serie di light novel scritta da Yutaka Kono e illustrata da You Shiina, pubblicata in sette volumi da Kadokawa Shoten.

Ci troviamo nella città di Sakurada in Giappone, dove circa metà della popolazione possiede poteri. Non si tratta di poteri magici, ma poteri esper (ESP). Bisogna infatti sapere che esiste una grande distinzione tra maghi ed esper, che utilizzano poteri di tipo psichico-mentale. Ma questa è un’altra storia… Esiste nella città un comitato che supervisiona la popolazione, in modo che tutti i cittadini vivano in tranquillità.

I nostri due protagonisti di Sakurada Reset sono Asai e Haruki. Loro due possiedono dei poteri, ma cosa li contraddistingue dalle altre persone dotate di questo dono? In genere, quando si parla di poteri, la gente pensa a capacità che riguardano la forza fisica, o la capacità di lottare e distruggere; eppure in questo caso i poteri sono di tutt’altro tipo.

Asai ha il potere di avere una memoria eidetica, o più comunemente fotografica, ossia è in grado di ricordare qualsiasi cosa gli sia successa in passato o in “più passati”. Haruki infatti ha il potere di resettare il tempo fino a un massimo di 2 giorni, dimenticando ciò che succede, al contrario di Asai che ricorda perfettamente.

Parliamo dell’Anime Sakurada Reset, prodotto da David Production, tratto da una serie di light novel scritta da Yutaka Kono e illustrata da You Shiina, pubblicata in sette volumi da Kadokawa Shoten.

Pino Campanelli: l’arte e la musica di un’anima errante

La musica come medicina e compagna di vita, l’arte pittorica come esigenza di espressione e lavoro. Pino Campanelli è un artista visivo e musicale, che ha fatto della sua vita un’opera d’arte “errante”, senza fermarsi in un luogo soltanto, dedicando il suo talento alla libertà e alla solidarietà.

Pino Campanelli, pittore e musicista nato a Brescia nel 1946, ha raggiunto i 50 anni di attività artistica, un traguardo che verrà celebrato prossimamente con una mostra retrospettiva in progetto, sponsorizzata da Mediolanum. Un percorso straordinario, tra materia e colore, tra ispirazione di carattere sociale e di vita quotidiana. L’ho incontrato per conoscere meglio la sua storia e mi sono lasciata trasportare attraverso decenni di arte e viaggi.

“Ho iniziato a suonare da bambino, considero la musica come una medicina di cui non potrei fare a meno, è una passione che mi accompagna da sempre. Ma la pittura è stata la mia vocazione principale, è il mio lavoro.” Così Pino racconta le sue più grandi passioni.

Dopo aver momentaneamente lasciato gli studi durante la gioventù, Pino Campanelli si riunisce all’arte frequentando e diplomandosi all’Accademia di Brera di Milano a partire dalla fine degli anni ‘60. Dopo l’Accademia, ha insegnato per circa 10 anni nelle scuole medie e superiori, ma ha capito presto che l’urgenza di dipingere ed esprimersi attraverso l’arte era troppo forte da poter mettere da parte.

“All’Accademia ho avuto la fortuna di avere figure come Domenico Polificato e Luigi Veronesi come insegnanti, e questo è stato uno stimolo importante per le mie opere future. Mentre insegnavo però mi trovavo in un periodo di stallo, non volevo più dipingere in maniera tradizionale, volevo distaccarmi dall’arte figurativa che avevo studiato, per trovare la mia strada personale. Agli inizi degli anni ‘80 ho lasciato tutto e sono partito per un viaggio in Oriente dove sono stato folgorato dai colori, dalla vita e dalle atmosfere che si respirano in
quei luoghi come l’India, il Tibet, il Nepal e in particolare l’Himalaya.”

Ha inizio così il percorso artistico di Pino Campanelli, dipinti e sculture nelle quali i materiali e i colori si mischiano e fungono da tela di partenza per creare nuove opere. Nelle sue opere utilizza diverse tecniche pittoriche su materiali di ogni genere, come sacchi e pietra, e si avvale in modo sapiente dei segreti della cromatologia.

L’astrattismo di Pino Campanelli è simbolismo, sociale ma non solo, per creare emozioni e stimoli tramite immagini.

La musica come medicina e compagna di vita, l’arte pittorica come esigenza di espressione e lavoro. Pino Campanelli è un artista visivo e musicale, che ha fatto della sua vita un’opera d’arte “errante”, senza fermarsi in un luogo soltanto, dedicando il suo talento alla libertà e alla solidarietà.

Tiziana Stefanelli: musica e arte per le donne

Dalla musica, al teatro, alle conferenze, Tiziana Stefanelli abbraccia le sue compagne donne in una missione continua: parlare, con qualsiasi mezzo a disposizione, della presenza insita nel DNA umano della violenza contro le donne, in qualsiasi sua forma, per poter iniziare a sconfiggerla.

Tiziana Stefanelli è cantante, autrice, attrice, relatrice, ma soprattutto è donna. Si occupa di diverse attività artistiche, e partecipa ad eventi in favore delle donne. Nel 2009 si unisce al chitarrista Riccardo Paci formando il duo acustico Cywka. Insieme realizzano un concerto in 12 lingue differenti, dal nome “100 anni di storia dell’umanità nella canzone”.

Dallo stesso anno è invitata a diversi eventi culturali e benefici, anche in favore delle donne, tra cui Women for Women e L’Africa Chiama. Nel 2019 arriva il riconoscimento di Amnesty International Basilicata per l’impegno profuso ne “L’arte a difesa dei Diritti Umani”. Da qui, una serie di progetti e attività che hanno un denominatore comune: la donna. Tra cui la pièce teatrale “Le donne sono davvero esseri umani?”, della Compagnia Teatro LaVanda, ispirata a un saggio di Sara Del Medico.

Il suo è stato un percorso quasi “al contrario”, come ci ha raccontato lei stessa. “Quando ho fondato il duo insieme a Riccardo Paci, avevamo preparato un repertorio di brani di cantautori italiani e stranieri. Ma io provo da sempre un grande amore per le lingue, ne ho imparate 5 durante gli studi, e ne ho perfezionate altre negli anni. Il brano “Io meno te” in particolare è un invito forte e sincero alle donne a denunciare le violenze subite. Nasce così il videoclip della canzone, che si può vedere sul canale YouTube CywkadVEVO, e l’adattamento del video a spot, in collaborazione con le forze dell’ordine.

“Nello spot “La violenza va denunciata”, nel quale ha partecipato anche l’attore e regista Edoardo Siravo, compaiono veri agenti delle forze dell’ordine, che hanno accolto con entusiasmo la nostra proposta. Volevo realizzare uno spot di sensibilizzazione, un messaggio veloce ma d’impatto”. Così spiega Tiziana Stefanelli, ideatrice dello spot.

“Il genere umano ha bisogno di essere stimolato, fatto crescere, migliorato, e questo non solo nell’ultimo secolo, ma da millenni. Da quando il patriarcato ha preso il sopravvento, la donna non ha più potuto fare nulla per stravolgerlo. Si è ormai radicato nel DNA umano, ed è pertanto innato e inconsapevole in tutti noi. È fondamentale parlare sempre di violenza sulle donne e dei loro diritti, in ogni luogo e con ogni mezzo.”

Dalla musica, al teatro, alle conferenze, Tiziana Stefanelli abbraccia le sue compagne donne in una missione continua: parlare, con qualsiasi mezzo a disposizione, della presenza insita nel DNA umano della violenza contro le donne, in qualsiasi sua forma, per poter iniziare a sconfiggerla.

René Magritte e l’identità nello sguardo

“Non vediamo le cose per come sono ma per come siamo”. Così si legge nel Talmud, antico testo sacro dell’Ebraismo. Il tema dello sguardo come elemento centrale del risveglio dell’anima è comune ai saperi e alle filosofie di ogni latitudine sin dall’antichità.

È lo sguardo che noi posiamo su ciò che ci circonda e su ciò che ci accade a cambiare la nostra vita. Cambiando la prospettiva da cui guardiamo gli eventi che ci accadono, cambia l’esito degli eventi stessi perché cambiano le risorse che mettiamo in atto; cambiano le nostre emozioni e quindi i nostri pensieri, che daranno luogo ad azioni diverse. René Magritte, pittore surrealista attivo tra gli anni Venti e gli anni Sessanta del Novecento, ha dedicato il proprio talento e produzione artistica proprio a dimostrare che: “Tutto avviene nel nostro universo mentale, l’insieme delle nostre esperienze è  compreso nel mentale…”, per scriverla con parole sue.

È stato soprannominato il Disturbatore Silenzioso per la sua capacità di insinuare dubbi sul reale attraverso il reale stesso e due sono le caratteristiche biografiche di René Magritte importanti per leggere la sua opera: la sua nazionalità belga e la sua attività di grafico pubblicitario e di disegnatore di carta da parati. Egli infatti porta in sé la forte tradizione fiamminga per la rappresentazione fantastica dei sogni e degli incubi che aveva caratterizzato l’opera di Bosch, Bruegel ed Ensor. E da qui derivano gli oggetti e i brani di realtà assurdi, rappresentati con tonalità fredde, ambigue e antisentimentali tipiche del sogno; mentre la sua esperienza di grafico si traduce in uno stile da illustratore che acuisce ulteriormente il tratto preciso, freddo e impersonale: il suo stile è definito “illusionismo onirico”.

Il Surrealismo di Magritte ha come precedente culturale la pittura Metafisica di De Chirico che cercava di cogliere l’essenza intima delle cose al di là della loro apparenza visibile; ma laddove De Chirico cerca di portare alla luce l’enigma, il mistero insito nelle cose, il surrealismo di Magritte si concentra sull’interiorità dell’individuo, sul mistero con cui l’uomo guarda alle cose e alla realtà. L’intenzione del suo lavoro è quella di suscitare dubbi sulla nostra visione e interpretazione della realtà. Forse l’immagine che subito ci viene in mente nominando questo artista è uno dei suoi uomini borghesi con la bombetta nera; nel quadro intitolato “I Misteri dell’orizzonte”, del 1955, ce ne sono ben tre di uomini borghesi con la bombetta nera.

I Misteri dell’Orizzonte, 1955

A proposito di questo dipinto Magritte scrive: “Ogni uomo ha la sua luna. Quando pensa, pensa alla sua luna. Ognuno ha la sua luna eppure c’è una luna sola. Questo è un problema filosofico; […] è un paradosso prodigioso.” Il quadro, a livello percettivo, è costituito dalla vicinanza degli elementi che lo costituiscono e non dalla loro unità. Tre uomini in tre posizioni diverse, di spalle, di profilo e a tre quarti, ciascuno sovrastato dalla propria luna.

Se Magritte avesse dipinto lo stesso quadro con una sola luna, allora ogni uomo avrebbe avuto un suo punto di vista su quell’unica luna esistente; ma il paradosso che vuole affermare Magritte ribalta questa prospettiva e presenta la realtà di ciò che appare: esiste un’unica luna perché ciascuno di noi crea la propria luna attraverso la propria percezione e la propria rielaborazione mentale. E qui emerge il concetto di mentale che per l’artista ricopre l’intero campo dell’esperienza: Magritte nei suoi dipinti ci invita ad accogliere le cose per come appaiono e non per come riteniamo debbano essere.

Noi vediamo ciò che sappiamo

Nel dipinto “La firma in bianco” del 1965, Magritte crea volutamente un senso di ambiguità e conflitto andando a negare il completamento amodale dello sfondo interrotto dalla figura della donna a cavallo. La convenzione percettiva vorrebbe che due regioni di un’immagine, rese distinte da un oggetto che ne occlude la vista, si completino dietro all’oggetto occludente formando una singola superficie. Il sistema visivo è in grado di completare le figure occluse anche quando le forme occluse non sono familiari.

La Firma in Bianco, 1965

Magritte qui ci parla di quanto sia forte in noi la percezione dell’unità fenomenica: dimostra che, nonostante lo sfondo “sovrasti” la dama a cavallo in un punto dove ci aspetteremmo fosse lei a impedire la vista della vegetazione, è più forte nella nostra percezione il considerare l’unità delle figure della dama e del cavallo al punto da non perderne l’identificazione come soggetto unico. Nonostante insomma un’interruzione anomala delle superfici, noi continuiamo a vedere una dama a cavallo e non un pezzo di donna e un pezzo di cavallo separati.

“Non vediamo le cose per come sono ma per come siamo”. Così si legge nel Talmud, antico testo sacro dell’Ebraismo. Il tema dello sguardo come elemento centrale del risveglio dell’anima è comune ai saperi e alle filosofie di ogni latitudine sin dall’antichità.

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Se non ti vedo non esisti

Levante

Anita è la redattrice in una rivista di moda, bella, giovane, elegante e colta. Ma nasconde un animo complicato e complesso. Infatti dentro di lei vivono quelle che lei chiama le “mille me”, che riflettono i suoi cambiamenti di umore e confliggono, sgridandola quando sbaglia. Nella vita Anita ha fatto diversi errori, i più grandi sono 3 uomini: Filippo, affascinante e non disponibile; Flavio, una storia fatta di passione; Jacopo, diventato suo marito, che le è sempre stato accanto ma ora sembra non capirla più. Anita crede di amarli tutti, la verità è che la vita le sta sfuggendo di mano come la sua immagine allo specchio.

 

 

 

◊ EDITORE: Rizzoli
◊ ANNO: 2017
◊ GENERE: Narrativa moderna e contemporanea
◊ PAGINE: 220

Anita è la redattrice in una rivista di moda, bella, giovane, elegante e colta. Ma nasconde un animo complicato e complesso.

È questo l’abbraccio casuale che segna la caduta della civiltà mondiale?

Il silenzio di Don Delillo: urla di crisi, paure, ansie

Cosa fareste voi se tutta la tecnologia si fermasse? Se telefoni, tablet, computer, frigoriferi, riscaldamento, ascensori, semafori, metropolitana e molto altro andassero misteriosamente in crash? Io me lo sono chiesta proprio leggendo questo romanzo di Don Delillo. Ne Il Silenzio edito da Einaudi, ci ritroviamo nella Manhattan post Covid, ma potremmo essere benissimo qui ora, o a Tokyo o Capo Verde; siamo seduti a guardare la televisione o siamo su un aeroplano, quando tutto si blocca e smette di funzionare.

Cosa succede? Che si fa? Crisi di panico. Nella prima parte del suo libro, Delillo porta implicitamente a confronto la mente di una volta (ascoltare, dialogare, ricordare, scrivere, cercare) con quella di oggi dove si trova tutto su internet, non si parla più nemmeno tra partner, non ci si ricorda neanche un numero di telefono perché tanto è tutto salvato. Ci ritroviamo inevitabilmente amebe; non sappiamo di cosa parlare e ci fa paura dover “sentire” davvero i nostri pensieri.

Siamo spaventati dal contatto umano, dal dialogo sincero, dal mondo che ci circonda e che non eravamo più abituati a vedere perché incollati ai nostri schermi. Ma non si ferma a questo perché la tecnologia è anche un frigorifero, un riscaldamento funzionante, un aereo che ci sta portando a casa, una metropolitana che ci porta al lavoro. Siamo condizionati in ogni aspetto della nostra vita e non ce ne rendiamo conto davvero: soggiogati,

Il silenzio di Don Delillo: urla di crisi, paure, ansie