Caritas Baby Hospital: accoglienza e unione al di là del muro
V.C. Specializzanda in Pediatria all’Università La Sapienza di Roma

Il telefono squilla. Un giorno come tanti negli affollati e caotici ospedali di Roma. Il messaggio che porta, però, reca una grande pace: è una foto, che arriva diretta da Betlemme, dal Caritas Baby Hospital. “Veronica, ti ricordi di Amal? Sta bene! È venuta per il controllo! Ti abbracciamo!”

Il tempo si ferma; tutto per un attimo passa in secondo piano. Solo il cuore comincia a battere, più forte, sempre più veloce. Come quando si sente profumo di casa. Come quando ci si sente accolti, nella semplicità di un amore autentico e gratuito. Che si sia sentito cosi il Bambin Gesù nella mangiatoia? Io credo proprio di sì.

Era l’agosto del 2012 quando ho messo piede per la prima volta in Caritas, casualmente, durante un pellegrinaggio, ancora matricola di Medicina. E lì è nato il desiderio di tornare, in quell’ospedale un po’ di frontiera, attaccato al muro di separazione tra Israele e Palestina: un ospedale che, vicino ad un simbolo di divisione, fa dell’accoglienza di tutti il suo punto di forza.

In Caritas non ci sono ebrei, arabi, palestinesi, israeliani: ci sono bambini e le loro famiglie, indipendentemente da tutto il resto. Non c’è giudizio né discriminazione. Il dialogo che si instaura fra le diverse figure presenti è libero da schemi e preconcetti, pronto a ricevere bellezze e criticità di ogni realtà che si presenta al cancello.

Camminare dall’ospedale lungo il muro fino al Checkpoint 300 (che separa Israele dai territori palestinesi) resta una delle esperienze più significative e terribili che io abbia fatto: in contrapposizione al clima di accoglienza che si respira in Caritas, le immagini, i disegni, i graffiti, le scritte di ogni colore che si rincorrono lungo il muro raccontano di una rabbia profonda, ma anche di una speranza che, seppur senza una forma ben definita, continua a esserci.

Il muro che separa Gerusalemme e Betlemme

Le immagini del muro fanno male perché dicono dell’inutilità, della banalità e dell’assurdità del tentativo di risolvere un problema semplicemente facendo finta che sia lontano, nascosto da cemento e filo spinato. Per noi sarebbe incomprensibile una situazione del genere; i palestinesi hanno imparato la difficile arte della resilienza, fronteggiando in questo modo l’insensatezza, ad esempio, di avere un riconoscimento digitale per andare a Gerusalemme, che si trova a meno di 8 km di distanza. Nella loro drammaticità mi rimangono nel cuore le immagini del muro o dei bambini che giocano a pochi metri di distanza dal filo spinato, nei campi profughi.

Le scritte che ho letto non fanno altro che ricordare al mondo una semplice verità: avranno pure costruito un muro, ma non basta né per far sentire al sicuro chi l’ha voluto, né per annientare chi l’ha subito. Dice un detto palestinese: “Quando c’è una meta, anche il deserto diventa strada”. E il Caritas è sicuramente una tappa fondamentale di questo lungo cammino.

Sei anni dopo, nel 2018, finalmente come medico, sono tornata in Caritas, anche se solo per qualche mese. E quello che ho ricevuto è sicuramente molto di più di quanto abbia dato. Sarah, Yussef, Mohamed, Amal, Rabab, Eman, Nader… Quanti visi, quanti sorrisi. Ogni incontro, in quei minuscoli lettini tutti colorati, era un regalo: un mondo da scoprire, imparando la difficile arte della dolcezza e della comprensione.

Perché in Caritas non si curano malattie, ma persone… E non solo i pazienti! Ci si prende cura di tutti, genitori e famiglie. Non a caso è appena stata creata una residenza per dare alle madri la possibilità di stare accanto ai loro bimbi per tutta la durata della degenza. Recentemente è stata anche inaugurata una Play Room, che permette ai piccoli pazienti di sentirsi un po’ meno in ospedale e un po’ più a casa.

Questo è reso possibile anche attraverso l’aiuto di numerose associazioni che concretamente sostengono l’attività del Caritas e che permettono di coprire la gran parte dei costi, in maniera tale da ridurre significativamente l’onere economico richiesto alle famiglie. In Italia opera Aiuto Bambini Betlemme, con sede a Verona, che dal 2005 sostiene soprattutto i bambini malati e socialmente svantaggiati, supportando anche le loro famiglie.

E il clima che si respira è proprio quello di famiglia: dalla terapia intensiva alla pediatria generale, passando dagli ambulatori… Ci si conosce tutti, e del benessere di tutti ci si sente responsabili, anche e soprattutto quando non è facile. Ricevere una diagnosi infausta mette alla prova chiunque, a maggior ragione una madre; purtroppo a Betlemme il prezzo delle malattie genetiche infantili incurabili è ancora alto. “Abbiamo fatto tutto il possibile, e l’impossibile…” non ci sono parole, non si può spiegare.

Ci sono però gli abbracci delle altre mamme, che anche se di un altro credo riconoscono lo stesso dolore, l’attenzione dei medici, l’estrema professionalità degli infermieri, la dolcezza di tutto il personale ospedaliero…Una rete di relazioni e affetto che si stringe intorno a quella situazione. Che per quel bambino supera qualsiasi difficoltà e divisione, chiamando Gerusalemme, organizzando trasporti attraverso il Checkpoint, collaborando con chiunque sia in grado di dare una mano. Che fa di quella piccola vita, Sarah di 3 giorni, Issa di 7 mesi, Omar di 4 anni, il suo tesoro più prezioso. Persone che si prendono cura insieme di quella sofferenza, e così facendo riescono a superarla. Ed è forse questo che la vita, anzi, la Vita in Caritas mi ha lasciato: nessuno si salva da solo.

Vicino al muro, un banale e assurdo tentativo di separazione, è lampante invece la risposta di cooperazione che si respira qui in ospedale: ognuno ha un contributo unico e prezioso da offrire, che fa davvero la differenza nella gestione dei piccoli pazienti. ‘We refuse to be enemies’, come direbbero loro: noi ci rifiutiamo di essere nemici. E le migliaia di bambini che ogni anno vengono visitati e curati danno loro ragione.

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