Apartheid Museum: un Museo drammatico ed emotivo
Irene Soncin

Un viaggio in una parte di storia dell’umanità terribile e triste, l’Apartheid Museum di Johannesburg trascina il visitatore in un’esperienza incredibile, commovente e allo stesso tempo drammatica.

Era una mattinata di fine maggio di qualche anno fa, quando si poteva ancora viaggiare lontano, senza mascherine e le uniche limitazioni alla libertà di movimento erano le nostre disponibilità di tempo e di denaro. Sul taxi che si muoveva lento nel traffico, ero persa nei miei pensieri. Ci stavamo dirigendo verso il Museo più famoso della città e unico al mondo nel suo genere. Sul sito del Museo avevo letto che il suo scopo era quello di raccontare la tirannia della discriminazione sociale e la dura lotta per abbatterla attraverso un percorso museale drammatico ed emotivo. Drammatico ed emotivo. Riferito a un museo. Non a un film, a uno spettacolo teatrale. A un museo. Per un italiano, il Museo è il luogo dove si raccolgono e conservano dei beni pubblici che costituiscono il patrimonio culturale della comunità. La figura di maggior prestigio e responsabilità di un istituto museale si chiama Conservatore: da qui è facile intuire quale sia la missione principale del Museo in Italia. Mi affascinava moltissimo trovarmi di fronte a un’istituzione che sceglieva di raccontare un periodo storico cercando di drammatizzarlo ovvero di farlo rivivere al pubblico in modo che possa entrare in empatia e possa provare emozioni a riguardo.

I sette pilastri della Costituzione Sudafricana

Finalmente arrivai al massiccio e imponente edificio e dentro di me si interruppe il cicaleccio dei pensieri per lasciare posto al silenzio della consapevolezza della soglia che stavo varcando.

Attorno a me svettavano verso il cielo sculture solide e granitiche, i sette pilastri dell’attuale Costituzione Sudafricana ovvero i valori che sanciscono il vivere civile di questa giovane società. Camminare in mezzo alla versione gigante e massiccia di Democrazia, Uguaglianza, Riconciliazione, Diversità, Responsabilità, Rispetto e Libertà mi faceva percepire tutta la risolutezza con cui questi valori venivano ribaditi e considerati sovrastanti qualsiasi piccola realtà che stesse accadendo ai loro piedi, ovvero nel Paese, rappresentato dai visitatori che per

I visitatori si incolonnano negli ingressi dedicati

correvano con me il viale di ingresso.

Al momento dell’acquisto del biglietto, in modo assolutamente casuale, si veniva classificati come Bianchi o Non Bianchi. Da questo punto in poi, seguendo la fila della propria classificazione razziale, i visitatori seguono un percorso che simula la vita al tempo dell’Apartheid e che sarà molto diverso a seconda della razza di appartenenza; un percorso fatto di cancelli da oltrepassare esibendo documenti, di divieti e svolte obbligate, in una sorta di enorme gabbia di ferro che trasmette tutta l’impossibilità di evadere dal sistema in una pesante atmosfera di costrizione.

Man mano che seguivo la storia sudafricana dell’Apartheid, che era diventata la mia storia di visitatrice Non Bianca, riflettevo su come in situazioni emotive la nostra mente elabori stimoli e controlli le reazioni e su quanto sia importante il ruolo delle emozioni nelle nostre esperienze di vita e di lavoro. Le emozioni si trasformano nel movente alla base dei nostri comportamenti e fondano la nostra identità, determinando le scelte e il pensiero, influendo anche sulle conoscenze. Un Museo che si propone di raccontare delle atrocità per far sì che vengano conosciute e mai ripetute, deve far leva sulle emozioni che, con un incontrollabile effetto domino, genereranno pensieri, riflessioni e poi comportamenti.

Diverse generazioni per mano

Dopo aver provato la frustrazione di un sistema ingiusto e disonesto, mi sono trovata con sollievo in uno spazio all’aperto dove su grandi specchi erano rappresentati i cercatori d’oro che nel 1886 erano immigrati a Johannesburg; accanto a queste immagini in grandezza naturale, ecco le immagini dei loro nipoti e discendenti: l’effetto è quello di tre generazioni che camminano insieme dandosi la mano e mostrando come diverse razze si siano mischiate tra loro nel corso delle loro esistenze.

Il percorso prosegue poi all’interno dove fotografie e filmati originali dell’epoca raccontano la nascita della Segregazione e poi di un vero Stato fondato sull’Apartheid. Alcuni eventi sono raccontati con installazioni di grande impatto, che vogliono rendere tangibili e respirabili nell’aria le ingiustizie perpetrate con la sfrontatezza dell’impunità.

 

La cella di Nelson Mandela
Cappi, per ognuna delle persone che sono state ingiustamente torturate e uccise; perché vengano ricordate ogni
istante, a ogni passo di ogni visitatore al contrario di chi
avrebbe voluto cancellarle senza identità

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Altre installazioni permettono al visitatore di mettersi nei panni di chi ha dedicato la propria intera esistenza a lottare contro l’Apartheid: la cella dove Nelson Mandela trascorse 27 anni di vita, crea claustrofobia e disperazione dopo un quarto d’ora di permanenza. Solo così ci si può domandare nel profondo del cuore e provare a sentire con quale forza e determinazione un uomo sia riuscito non solo a resistere, ma a cambiare il suo Paese.

La liberazione di Nelson Mandela è documentata con video di televisioni di tutto il mondo e proiettata a grandezza naturale su un muro: suscita euforia, gioia, senso di giustizia e al visitatore sembra di far parte della folla che lo acclama. Dopo aver attraversato immagini dure, cappi, celle, corridoi chiusi da sbarre, il visitatore sente il profumo della libertà e del cambiamento.

Il percorso museale si chiude chiedendo al visitatore di entrare a far parte della storia sudafricana, contribuendo simbolicamente con un gesto che rimarrà fisicamente nel museo e quindi visibile a tutti e rimarrà nella sua memoria: accanto alla bandiera sudafricana, un mucchio di pietre; ogni visitatore viene invitato a prendere una pietra e a deporla oltre al vetro, sullo spazio di sinistra per sancire il proprio impegno a combattere il razzismo e la discriminazione ogni qualvolta dovesse incontrarli. Perché questo, viene spiegato alla fine, è lo scopo dell’Apartheid Museum: far sì che ciò che è accaduto non accada mai più.

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